A Luca, che non si è arreso

Ci sono giorni che non passano mai. Che rimangono scolpiti per sempre come se fossero oggi.Il 24 maggio 2005 è uno di questi. La data dello strappo, dell’assurdo. La data di un agguato e di una lupara. La data del buio della ‘ndrangheta che ha scelto di stroncare la vita di un’altra vittima innocente.

La data che ritorna costantemente da allora. La data che non sarà mai cancellata.

Ma anche il 19 dicembre 1973 non passerà mai. Donatella e Mario che stringono un neonato. Il loro primogenito, Gianluca. Sono giovani, pieni di speranze. Negli anni successivi gli daranno due sorelline, Roberta e Alessandra.

Non sanno che quel figlio tanto amato ha un destino segnato. Che il suo cognome, Congiusta, diventerà un simbolo.

Un destino e un simbolo che in queste ore sono in attesa di una lettura.

La sentenza  della Corte di Assise di Locri, prevista per le 18. Le due ore che separano da un momento sospeso e importantissimo sono come le date della nascita e dell’assassinio di Luca: troppo brevi, ma eterne.

Questa è una lettura in attesa della Lettura.

Un modo come un altro per abbracciare Mario, Dona, Ro e Ale.

pagg. 121-125 di ius sanguinis – rabbia, impotenza e speranza nella punta dello stivale

Città del Sole edizioni, marzo 2009

– ristampa maggio 2010

Allora la ‘ndrangheta per me era null’altro che un brutto bubbone. Estraneo, lontano, che cresceva nelle zone buie della nostra terra. Allora non sapevo che non era una cisti isolata, ma un cancro dalla forza incontrastabile. Che come ogni cancro aveva in sé i mezzi e gli strumenti per espandersi, per crescere e alimentarsi della parte sana, per distruggerla e contaminarla, per generare metastasi ovunque. Per infiltrarsi in ogni ansa, in ogni anfratto. Anche dove mai avresti potuto immaginare. In silenzio, senza avvertimenti, senza segnali. Esplodendo di colpo, rivelandosi con la sua potenza distruttiva, cogliendoti impreparato e totalmente impotente. Circondato e paralizzato dalle metastasi.

Allora, per me, era solo un brutto bubbone. Non potevo pensare che stava lavorando nel silenzio per divorarci, per alimentarsi di noi. Sono passati anni tranquilli. Lui, il cancro, lavorava e guadagnava terreno. Ce l’avevamo in casa, si annidava accanto a noi. Silenzioso ci blandiva, senza dare segni. E noi ci siamo illusi di aver superato quella parentesi di soprusi. Vedevamo il nostro paese progredire. Eravamo orgogliosi di far parte di quella crescita. Purtroppo era una mera illusione.

Anche Siderno, ora lo so, ora lo posso dire, era controllata da forme di potere occulto. L’unica differenza è che quel potere veniva esercitato in maniera diversa. Quella di Siderno è una mafia più moderna, una mafia “colta”, una mafia alla quale non serve fare rumore, perché consapevole del proprio potere economico. Anche a Siderno ti è concesso di vivere solo fino a quando la tua professione, la tua vita privata, i tuoi interessi non si scontrano con i loro. Anche a Siderno si muore in una fredda e piovigginosa notte di maggio, un colpo di lupara da uno sconosciuto (o conosciuto?) in agguato ad attendere il passaggio della tua automobile, dopo una giornata di lavoro.

[…]

Dopo il tuo assassinio hanno detto tante cose su di te. Dopo.

Quando non potevi più far comprendere l’assurdità delle tesi accampate con un semplice sorriso. Il tuo sorriso canzonatorio, che non richiedeva neppure un movimento di labbra, perché usciva dritto dritto dai tuoi occhi e si piantava nel cuore del destinatario.

Quando ogni ipotesi si trasformava nelle fondamenta di un castello che cresceva a dismisura, pieno di botole e di segrete. Pieno di disperazione. Un castello che cresceva dentro di noi, colmando per un po’ quell’immenso vuoto che si era creato in una maledetta sera di maggio. Un castello che poi si sbriciolava, per lasciare il posto a nuovi castelli, a nuove fondamenta. A nuove congetture, nuove ipotesi, nuovi dubbi.

Ho rincorso per tre anni questi dubbi. Ci ho messo tanto a ricacciare via, ad allontanare quello che hanno detto di te. A partire dall’ipotesi assurda di un regolamento di conti perché avresti avuto una storia con la donna di qualche capo ‘ndrina. E avresti pagato quest’onta con la vita.

Il fatto è che le cose sono molto più semplici di come ce le costruiamo nelle nostre proiezioni mentali. Ed è proprio la semplicità a renderle così crude. Così inaccettabili.

Tu sapevi cosa stavi rischiando. Non potevi non saperlo. Potevi immaginare che non sarebbero arrivati a tanto, ma lo sapevi di essere disarmato e in balia dei loro capricci. Delle loro punizioni esemplari. Dei loro colpi di lupara “dimostrativi”. Altrimenti perché nasconderci quella lettera di minacce? Perché sistemare ogni cosa nei minimi particolari, per permetterci di tirare le fila di ciò che non avresti più potuto seguire?

Lo sapevi tu come lo sapevano tanti altri.

Tanti che hanno taciuto. Tanti che continuano a tacere.

A ragionarci bene, non penso che il male principale della nostra Calabria sia la ‘ndrangheta. Penso che il male primario, da cui discendono tutti gli altri, sia il silenzio. La paura. Il silenzio che nasce dalla paura. La paura che genera e alimenta, nel silenzio, forme incontrollate di potere. Che qualcuno scopre e inizia a fare proprie. Coltivando altre paure e altro silenzio. Gettando la nostra terra in questa forma di disperata sopravvivenza. Dove si fatica anche a respirare. Dove si inseguono sogni per sfuggire dalla realtà. Dove si preferisce vegetare, perché vivere non è possibile. Perché neppure si capisce cosa significhi, vivere. Dove ciascuno di noi, con il proprio silenzio e le proprie paure, contribuisce a creare l’humus adatto in cui questo terribile cancro nasce, cresce, si sviluppa. Annienta.

La paura diventa contagiosa. La leggi negli occhi di tanti. La cerchi anche negli occhi di chi la sfida. Talvolta ti sembra di aver trovato il modo di superarla. Talvolta ti dici che le cose possono, devono cambiare. Cerchi di fare qualcosa.

Poi ti arrendi. Lo chiami destino. Lo chiami fato. E non trovi più la forza né gli strumenti per combatterla. Del resto per questo cancro non esiste chemioterapia. Non esistono cure. Non ancora.

Ma tu non ti sei mai arreso. Fin dalla prima prova che hai dovuto affrontare, nella tua stanzetta di Bologna. Ci hai insegnato che nulla è contagioso, se alimentiamo gli anticorpi giusti. Che si può, che si deve combattere contro ogni male. Contro ogni cancro. Che non si vince solo se non si inizia a combattere.

Che non esiste cancro senza possibilità di lotta e di contrasto.

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