Che fine fanno le schede bianche? E le schede nulle?

[il futurista – 19.05.2011]

«Quando si va a votare a chi va a finire il nostro voto se si vota scheda bianca? E a chi se la scheda risulta nulla?». Questa la domanda postata tre anni fa da “Ciccio Pri” su uno dei blog più frequentati di Internet, Yahoo answers. Rispondeva “Mombrilla”, “segretaria di seggio da anni”: «Vi consiglio vivamente di non lasciare bianche le schede perché è vero che potrebbero essere modificate ma anche ben prima di arrivare al ministero… già nel seggio stesso qualcuno potrebbe fare il furbo, basta un attimo di disattenzione e ci vuole poco… piuttosto annullatele».
Molto più recentemente, pochi giorni dopo dallo “spoglio elettorale” della scorsa settimana, Carlo Ferrazza domandava a Sergio Romano, sulle pagine web del Corriere della Sera: «Come sempre avviene dopo lo spoglio delle schede elettorali, tutti si affannano a cantare vittoria e anche chi ha preso sonore batoste afferma di non essere perdente. Però questa volta appare evidente che il vero partito vincitore sia quello dei non votanti e delle schede bianche: aumentano ad ogni tornata elettorale. Fino a che punto i politicanti tengono conto di questo dato?».
Entrambe le domande, se lette con il dato che ha conferito alla provincia di Reggio Calabria il record nazionale per la percentuale di schede bianche, cui si aggiunge una medaglia d’argento per quelle annullate, diventano urgenti. E oltremodo preoccupanti, qualunque siano le risposte.
Un vero e proprio partito che vale l’8,63%: il 4,27% per le bianche, il 4,36% per quelle annullate (percentuale battuta, ma solo al fotofinish, da Vercelli, che conquista la medaglia d’oro con il 4,48%. Un partito che è cresciuto a dismisura rispetto ultime amministrative reggine, in cui il totale di bianche e nulle non arrivava al 3,5%. E mentre il sindaco della città dello Stretto si è insediato tra polemiche e denunce di gravi irregolarità, mentre centonove candidati al consiglio si continuano a interrogare su quello “zero voti”, che suona tanto come il mourinhesco “zeru tituli”, totalizzato dal conteggio a urne chiuse, e quasi quasi invidiano quell’unico, singolo, misero voto di preferenza di altri quarantasei “colleghi” che si sono presentati al giudizio degli elettori, mentre ritornano i fantasmi di elezioni passate con tutte le denunce al seguito, siamo di nuovo chiamati alle urne. Domenica è il giorno della verità. Il giorno dei ballottaggi. Il giorno in cui chi ha rimesso in frigo le bottiglie di champagne potrà sapere se stapparle o se riservarle ad altre occasioni.
Se l’affluenza è stata molto risicata al primo turno, certamente andrà a calare, come cala fisiologicamente, al secondo. E molti elettori potranno decidere di non andare del tutto al seggio elettorale, piuttosto che inserire il lenzuolo ripiegato completamente intonso.
Ma il dubbio rimane. Possibile che quasi nove elettori ogni cento si siano presi la briga di raggiungere la scuola vicino casa per scarabocchiare la scheda, o pasticciarla per annullarne la validità? Possibile che numeri così alti non facciano venire più di qualche perplessità, e non richiedano qualche presa di posizione forte, per andare oltre la risposta rassegnata di chi lo spoglio lo ha fatto più volte, e sa come vanno le cose?
Possibile. Possibile che un cittadino decida di candidarsi per spirito di servizio, per riempire la lista del partito, e poi decida di non fare neppure lo sforzo di votarsi. Possibile che un partito così corposo di schede bianche e nulle non venga preso in considerazione. In democrazia tutto è possibile. Soprattutto quando la democrazia ha abdicato in favore di altre logiche.

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