L’antimafia, da professionisti a impiegati

[il futurista – 02.06.2011]

«Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (…), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». Così Leonardo Sciascia nel suo, nel nostro “Il giorno della civetta”. Pubblicato da Einaudi cinquant’anni fa.
La storia ci insegna che il monito lungimirante del grande scrittore agrigentino non è stato interpretato come meritava. Ci insegna che è impossibile piombare di colpo sulle banche, difficile trovare mani esperte. Ma è facilissimo continuare a vedere volpi che non sentono gli odori giusti.
Sempre Sciascia, nel 1987, chiosava il suo celebre articolo “i professionisti dell’antimafia”, scritto per il Corriere della Sera: «I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c’è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?».
La storia molto più recente, quella che siamo abituati a chiamare cronaca, ci lascia più che esterrefatti. Perché non c’è solo da essere sbalorditi di quello che da mesi, forse anni, autorevoli uomini di stato, capo del governo in primis, continuano a ripetere sulla magistratura: c’è da averne paura. Perché non ci stupisce più il fatto che si passi con nonchalance, pur un po’ rozza nei modi e nel linguaggio, dalla carriera togata a quella politica. Perché non ci chiediamo se i membri delle forze dell’ordine arrestati con sempre più frequenza, negli ultimi tempi, accusati di collusione, possano aver “drogato” qualche passaggio dei tanti, troppi processi in corso.
Una volta erano professionisti dell’antimafia. Oggi, con i tempi che corrono, non ci sono più professionisti. Neppure esperti o consulenti a provvigione. Oggi c’è un esercito che è un vero e proprio terziario, dove ogni mattina si sveglia qualcuno pronto a inventarsi un evento, una carovana, un festival, un museo, un campo, un gazebo, una mostra, una rassegna, uno spettacolo, un corso, un premio, o anche solo un calendario per la legalità. I fondi sono tanti, tantissimi. Infiniti i modi per accedervi. La causa è nobile. E non si ha tempo per controllare a fondo. Fino a quando quel fondo non sarà grattato.
Così, mentre ci sono persone e associazioni che si impegnano davvero, dedicando la propria vita alla lotta a tutte le criminalità organizzate, c’è un terziario che campa di antimafia. Un po’ come la Fao, che non avrebbe più ragione di esistere se dovesse davvero riuscire a combattere la fame nel mondo, questo esercizio di improvvisati dell’antimafia, armati di slogan, blog, striscioni e foto sorridenti, ha qualche ragione valida per provare davvero a combattere la criminalità organizzata?
Forse è solo un problema di olfatti. Forse, semplicemente, qualcuno ha preferito turare i nasi a oltranza, o si è assuefatto all’odore dominante.
O forse, banalmente, anche nella lotta alle mafie ci siamo adeguati alla deriva in cui ci hanno – o ci siamo – spinti. E così, mancando i professionisti della politica, mancando i professionisti del pensiero e della cultura, scarseggiano anche i professionisti dell’antimafia. Lasciando lo spazio libero a chi è avvezzo a ben altre professioni.

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