La politica? Ormai ha abdicato ai politicanti

[il futurista – 01.07.2011]

In principio fu la Lega. Era la primavera del 1994 e il neonato partito del senatur riesumò prima il giuramento di Pontida della fine del dodicesimo secolo, poi una vecchia tradizione della prima Repubblica, molto più contemporanea, targata Pci. La seconda Repubblica nacque così, con i primi parlamentari “peones”, che precorrevano i tempi delle nomine pre-voto, e Timer. Una bella invenzione, Timer, parcheggiata in via degli uffici del Vicario a Roma. Era sufficiente uscire dalle “stanze” di Montecitorio destinate ai deputati: a pochi passi dalla gelateria Giolitti entravi in questo portoncino anonimo. Un piccolo androne buio per immetterti in un nuovo mondo: gli uffici dedicati ai neo leghisti. Figliole di belle speranze (c’erano alcuni ragazzi, ma la prevalenza dell’avvenenza femminile era il primo particolare che ti colpiva, prima ancora di notare le fotocopie multiple in attesa di distribuzione per le indicazioni di voto in aula), un gran andirivieni di deputati e senatori, soprattutto dopo il crepuscolo, ed una macchina che funzionava alla grande. Come tutte – o quasi – le invenzioni dell’imperatore della Padania, il grande Umberto Bossi.
Sede, personale, costi di gestione, tutto era sovvenzionato dai parlamentari, che versavano, proprio come i colleghi comunisti della prima Repubblica, la metà dei propri emolumenti. Timer era l’esempio pratico dell’organizzazione. Altri gruppi, dai Verdi agli azzurri, passando per l’intero arco costituzionale, esercitavano un prelievo in busta paga per le spese politiche. Ma nessuno era organizzato come Timer, che di mattina forniva la rassegna stampa aggiornata, ancor prima di ospitare i primi vagiti dell’ormai maturo organo di stampa quotidiano, e di sera si metteva a disposizione per le trasferte romane dei leghisti in cerca di svago.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. E non solo acqua del Po.
Alcuni gruppi hanno rinunciato a pretendere la “trattenuta”, soprattutto per l’impossibilità di renderla cogente. Altri hanno deciso di estendere agli amministratori locali la medesima regola.
Poi si è arrivati ai giorni nostri. Quelli del bunga bunga e dei legittimi impedimenti.
E Giulio Tremonti, guardacaso il ministro più amato dal senatur, ha puntato le proprie forbici sui costi della politica. 18,3 miliardi di euro l’anno, all’incirca. Nulla a che vedere con il prelievo dalle bustepaga dei parlamentari, per carità. Ma in epoca di cintura stretta ogni taglio fa paura, prima ancora di far male.
Chissà se è stata la paura dei tagli del super ministro a dare il la all’unico ex (ormai) esponente regionale di Rifondazione Comunista in Calabria. Chissà se le lame nazionali hanno influito sulla decisione di dimettersi dal partito e dirigere in prima persona il monogruppo al Consiglio regionale, seguito dalle dimissioni in blocco di una cinquantina di dirigenti e iscritti del Prc, comunicate ufficialmente e definitivamente a Paolo Ferrero.
Certo leggere che «è in corso a carico di De Gaetano un procedimento disciplinare presso il collegio nazionale di garanzia del Partito» perché il consigliere non avrebbe versato i 70.000 euro spettanti al partito (somma delle quote mensili a partire da settembre 2009), seguire i botta e risposta di questa diatriba da lavandaie de noantri, è quanto di più distante si possa immaginare dalla politica. Ma la politica ha abdicato da tempo ai politicanti. Il voto democratico alle nomine delle segreterie nazionali.
In fondo, la Calabria è la prima regione per disoccupazione. Difficile non tenerne conto.

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