Contro le mafie, proibiamo il proibizionismo

Negli anni Ottanta i più autorevoli sociologi, economisti e giuristi mondiali cercarono di spiegare che l’unico modo per dare un colpo serio alla criminalità organizzata, si parlasse di Cosa nostra, di mafia russa, di triadi cinesi, di Yakuza giapponese, tanto per ricordare le più conosciute, era liberalizzare le droghe. Leggere e pesanti: solo stroncando il narcotraffico ab origine, solo eliminando alla radice gli effetti moltiplicatori della produzione e della distribuzione di droghe, si sarebbe prosciugata una delle primarie fonti economiche di tutte le mafie.

Legalizzare, quindi, per combattere l’illegalità. Anche quest’anno si è alzato il medesimo appello, firmato da personalità mondiali come l’ex presidente Onu, Kofi Annan, l’ex commissario Ue, Javier Solana, l’ex segretario di Stato statunitense, George Schultz, l’ex presidente colombiano Cesar Gaviria (che qualche conoscenza approfondita sul tema dovrà ben averla), il premio Nobel per la letteratura peruviano, Mario Vargas Llosa, lo scrittore messicano Carlos Fuentes. E tanti, tanti altri, uniti sotto l’egida della “Global Commission on Drug Policy”. Il loro punto di vista parte da una ricerca opposta: individuare gli strumenti giusti per combattere la tossicodipendenza. Ma il concetto di base non cambia: il proibizionismo non funziona e non conviene, se non alla repressione sociale e alla continua crescita delle narcomafie. Un giro di affari che nel 2010, per rimanere alle mafie nostrane, è di 180 miliardi di euro, il 60% costituito dai proventi del traffico di droga.

Capofila, la ’ndrangheta. Lo ha spiegato nei giorni scorsi Vincenzo Macrì, procuratore generale della Corte di Appello di Ancona, ex procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, in una trasmissione televisiva: «dobbiamo rompere il tabù e valutare la liberalizzazione di tutte le droghe, anche quelle pesanti».

Dopo il polverone sollevato dai soliti benpensanti, Macrì ha corretto il tiro, “alleggerendo” la sua dichiarazione. Che fa comunque riflettere. Almeno quanto la risposta immediata del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Lo stesso che ultimamente aveva spento i microfono su qualsivoglia dichiarazione riguardante il Sud Italia, che pur gli è stato molto a cuore, negli anni passati. «Per un procuratore antimafia queste tesi sono da brividi», ha sentenziato. Spiegando che «mafia, ‘ndrangheta e camorra non si combattono con il lassismo ma con la fermezza».

E di fermezza, in questi ultimi mesi, ne viene raccontata ogni giorno. Ogni giorno qualche annuncio con fanfare al seguito per l’arresto di coniugi che avevano una piantina di marijuana sul balcone, di ragazzi che portavano con sé qualche grammo di stupefacenti, con descrizioni minuziose e compiaciute delle perquisizioni a tappeto per trovare un po’ di hashish, qualche bottiglia di metadone, un trita erba ed una pipa per il consumo di droga.

Questo è proibizionismo fine a se stesso, che nulla ha che fare con la lotta ai narcotraffici. Sarebbe bello se la fermezza indicata dal già ministro delle comunicazioni Gasparri non si limitasse a qualche piantina di erba, argomento sul quale, peraltro, si è espressa proprio a inizio estate la Cassazione, ma moltiplicasse in modo esponenziale i pochi, pochissimi blitz antidroga in cui si sequestrano chili di cocaina ed eroina. Oppure indicasse la via alternativa: quella di ribaltare l’approccio al problema e seguire la strada che da decenni ci viene indicata, invano, dai migliori cervelli mondiali. (il futurista nr 16)

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