Morti bianche, tra veleni e disinteresse

Praia a Mare è un paese di confine. Con Tortora è il comune più settentrionale del Tirreno cosentino, troppo lontano dal resto della Calabria, troppo vicino alla Campania che l’ha fatta sua. D’estate si riversano sulla costa, affacciata sull’isola di Dino, decine di migliaia di turisti campani. Napoletani e salernitani, prevalentemente. L’hanno trasformata in una vera e propria colonia: il piatto tipico è la pizza, i nomi nelle vetrine che espongono i prodotti artigianali personalizzati sono Ciro, Gennaro, Anna.

Praia è bella. È dolce. È a misura, con la sue piste ciclabili, le sue spiagge larghe, il suo mare che abbraccia un golfo dal quale è possibile vedere, nelle giornate limpide, i confini di quattro regioni. È vicina a Maratea, la perla tirrenica della Basilicata. Ed è la sede della fabbrica dei veleni, altrimenti conosciuta come Marlane.

Nata a metà degli anni Cinquanta come Lanificio di Maratea, alla fine degli anni Ottanta passò alla Marzotto. Che decise di abbattere i muri di separazione tra i reparti di lavorazione: i fumi saturi di sostanze chimiche di coloritura iniziarono da allora a espandersi nei reparti adiacenti a quello della tintoria.

Più di cinquanta morti, altrettanti casi di tumore: questo rimane dello stabilimento tessile. Quindici anni di indagini per verificare se, come sostiene la procura di Paola, i tumori sarebbero stati contratti direttamente in fabbrica: sotto accusa le esalazioni tossiche provenienti dalle sostanze utilizzate per le lavorazioni, in primis i coloranti buttati senza alcuna misura di precauzione in vasche aperte, liberando gas che inquinavano pesantemente l’aria all’interno dello stabilimento.

Eppure la Marlane non è la Thyssen. I pochi giornalisti (primo Francesco Cirillo, con il suo libro “Marlane: la fabbrica dei veleni”) che hanno raccolto e pubblicato le prove di quanto si cerca ancora di nascondere, non sono Erin Brockovich. Il silenzio dei media nazionali sulle morti bianche di Praia è assordante.

A fine 2010, dopo una lunga battaglia legale fra richieste di trasferimento e udienze rinviate per l’assenza di Niccolò Ghedini (che il caso ha voluto fra gli avvocati della difesa), il giudice per le udienze preliminari ha rinviato a giudizio i tredici indagati, ex responsabili dello stabilimento e dirigenti della Marzotto. Accuse chiare: omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, disastro ambientale per la morte di oltre quaranta lavoratori, per le patologie tumorali che hanno colpito almeno altri sessanta ex dipendenti dello stabilimento e per i danni causati dall’interramento illegale di tonnellate di rifiuti industriali.

Il processo si è aperto il 19 aprile di quest’anno. Da allora non ci sono stati che rinvii. Tre in sette mesi. L’ultimo, di venerdì scorso, è coinciso con la morte di un altro ex dipendente dello stabilimento. Stavolta è stato il legittimo impedimento di uno degli imputati a rimandare ancora. Al 28 ottobre.

Il tribunale di Paola assiste a un rimpallo senza voce. La Marzotto alla sbarra, i ritardi di Regione Calabria, Provincia, Comuni, che hanno impiegato anni per decidere di costituirsi parte civile. Ma anche di Asl, Corte dei Conti e Ispettorato del Lavoro. Le domande sulle ragioni per le quali persino la Rai, dopo aver inviato una troupe di TV7 per quattro giorni di riprese e interviste, ha deciso di mandare in onda non più di quattro minuti del girato.

A Praia il confine esiste, e netto, anche per le morti bianche. Si chiama disinteresse. In attesa del prossimo legittimo impedimento. [il futurista nr 20]

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