Ma per caso in Calabria cambia aria?

Tanto tuonò che piovve. O quantomeno il cielo si riempì di nubi cariche d’acqua, in attesa di vedere se scaricheranno o se arriverà il solito vento a spazzarle via.

Ma andiamo alle origini. Calabria, anno domini 2000. Campagna elettorale per le amministrative: la Regione dovrà uscire dal poco chiaro avvicendamento di personaggi come Giovan Battista Caligiuri, Giuseppe Nisticò, Gigi Meduri, e far scegliere il governatore dai cittadini. Hanno sgomitato in tanti, per quella candidatura bloccata. La prima con nome e cognome sulla scheda, accanto al simbolo di coalizione. Per il centro destra l’ha spuntata Giuseppe Chiaravalloti, sconosciuto procuratore generale di Reggio. Per il centro sinistra si sono fatti tanti nomi, partendo dal ministro Agazio Loiero. La casella si sblocca su un Nuccio Fava che perderà per uno zero virgola qualcosa per cento. Arriva sullo stretto la nave di Berlusconi, si programmano parate azzurre un po’ ovunque; il premier D’Alema, incalzato dal delfino Marco Minniti (prima della recente svolta veltroniana), scende più volte in polemica con il candidato del centro destra. Inizia a farsi notare un giovanottone con il fisico da cestista, lo sguardo spinto verso il futuro. Peppe, si fa chiamare. Peppe Scopelliti. Già Presidente del Consiglio regionale, ora assessore, sta preparando il terreno per conquistare la sua città, Reggio Calabria. L’occasione arriva a fine 2001: la morte del sindaco Italo Falcomatà accorpa le nuove elezioni alle amministrative provinciali di primavera. Peppe corre accanto al “tricolore azzurro” e indossa la fascia da primo cittadino. Cinque anni volano. Viene rieletto, percentuali quasi bulgare. Nel 2010 decide di tornare in Regione. Da governatore. Il centro sinistra si coalizza per farlo vincere, dividendo i voti tra il “re del tonno” Callipo e il presidente uscente Loiero. Peppe deejay (diventato tale per le estati in riva allo stretto: soldi pubblici, spettacoli, Rtl on air) sbanca. Al primo turno.

Dieci anni passati dai suoi avversari a ripetere il solito refrain: “mo’ u tàccanu”, adesso lo arrestano. Dieci anni in cui la Calabria, priva di primati nazionali, disoccupazione esclusa, è scivolata in un baratro profondissimo. Ha esportato solo la ‘ndrangheta, e lo ha fatto con l’aiuto di tutti: l’assenza di stato e di politica ha giocato un ruolo fondamentale.

A metà dicembre dello scorso anno succede qualcosa. Orsola Fallara, dirigente alle finanze e al bilancio del Comune di Reggio, nota in città come “la longa manu di Peppe”, convoca una conferenza stampa per mettere fine alle troppe chiacchiere su ammanchi di bilancio et similia. Comunica la propria decisione di dimettersi, ammette alcuni sbagli, precisa di non avere compiuto illegittimità. Ha le carte, dice. Non permetterà che tutto quel fango sommerga solo lei. Muore la sera stessa. La magistratura archivia come suicidio.

Da allora l’aria cambia. Gli sguardi si fanno più vigili. Le voci di novità giudiziarie eccellenti decuplicano. È lo stesso Peppe deejay a comunicare, a metà della scorsa settimana, di essere indagato “in seguito agli sviluppi dell’indagine relativa al cd Caso Fallara”. Pochi giorni dopo specifica di avere una “fiducia selettiva” nella magistratura. Smentisce le dichiarazioni di alcuni pentiti, che dicono di aver garantito, a lui e altri “cumpari”, l’elezione. Cerca di difendere il “modello Reggio”, che si legge anche “modello Scopelliti”, tra ammanchi di bilancio, pignoramenti e rischio di bancarotta.

In Calabria sta cambiando il tempo? Intanto continua a tuonare. [il futurista nr 22]

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