Arriva la nazionale e “dà un calcio” alla ‘ndrangheta

Lo raccontava su Repubblica sei anni fa Attilio Bolzoni, attento da sempre all’evoluzione delle mafie calabresi. Partendo dal minuto di silenzio prima della partita di calcio dell’Isola Capo Rizzuto, “atto di rispetto verso Pasqualino Arena, padre padrone della squadra”, passando per lo stadio di Locri, dove avevano ricordato il boss ammazzato, spiegava usi e costumi calabri quando “la ’ndrangheta è nel pallone”.

Già allora era don Pino Demasi, parroco di Polistena e referente di Libera, a denunciare pubblicamente i fatti, invitando a indagare “su chi realizza impianti sportivi e campi di calcetto”. Era successo un putiferio. I colletti bianchi di tutta la Calabria si erano risentiti.

È successo qualcosa di molto simile nei giorni scorsi. Sempre per un articolo di Bolzoni, che anticipava l’arrivo della nazionale sul campo di calcetto di un altro centro della Piana di Gioia Tauro, con un articolo al fulmicotone fin dal titolo: “più paura che festa”.

Antefatto: un terreno sequestrato nel 1994 a don Toro (Teodoro) Crea, indicato come il boss di Rizziconi, che ci voleva fare una discarica, confiscato definitivamente nel 2000. Duecento milioni (vecchie lire), sette mesi e un campetto di calcio consegnato alla comunità, ai ragazzi del paese. Il campo rimane vuoto. Qualcuno dice per rispetto al boss. Iniziano atti vandalici. Sei anni dopo una nuova ristrutturazione, una nuova inaugurazione. Quasi deserta, per strani virus che hanno lasciato a casa autisti degli scuolabus, addetti alle pulizie e chissà chi altro. Ma siccome non c’è due senza tre e don Ciotti, proprio come con Pino, non molla facilmente, arriva la terza inaugurazione, di domenica scorsa. Il fondatore di Libera ha parlato con Prandelli, ha fissato la data, ha portato la nazionale al completo tra gli ulivi della Piana. Ha creato una giornata azzurra. Una giornata che i bambini presenti ad accarezzare con lo sguardo i loro campioni porteranno sempre dentro. Come le sue parole.

«Attenzione: questa è la terza volta che inauguriamo questo campo. O ci impegniamo tutti a fare in modo che venga tutelato questo campo o se no abbiamo perso un’occasione, perché il cambiamento ha bisogno di ciascuno di noi, incominciando da noi, da tutti noi». Ha arringato dal green, don Luigi. Microfono in mano, stretto come la rabbia di voler fare, di voler cambiare le cose. Parole scandite e interrotte da vere standing ovation quando ha osato andare oltre i confini locali, e ha urlato «le mafie non sono solo in Calabria, sono in tutti i luoghi».

Prima di presentare Giovanni e Francesca, i genitori del piccolo Dodò Gabriele, morto due anni fa a seguito delle ferite riportate durante una sparatoria nel campo di calcetto di un piccolo centro del crotonese, e diventato un simbolo dello sport pulito, don Ciotti ha ricordato un’altra vittima innocente, Ciccio Inzitari, ucciso davanti ad una pizzeria nello stesso 2009, a dicembre. È andato sulla sua tomba a portargli un fiore, prima di raggiungere il campetto. «Era un ragazzo che amava lo sport, lo sport pulito», ha detto, prima di urlare ancora. «Diamo un calcio alle mafie, insieme. Fuori gioco».

Fuori gioco, e fuori del campo, ci sono molti rizziconesi. E non solo. Fuori gioco, e fuori del campo, ci sono i soliti pronti a criminalizzare, a offendersi perché domenica è stata offesa l’onorabilità di Rizziconi, dove, dice qualcuno, “la mafia non esiste”. Pronti a girare la faccia dall’altra parte e archiviare la parata azzurra come uno dei tanti eventi che non cambieranno le cose, una volta spenti i riflettori. Ma sono davvero fuori gioco?  [il futurista nr 25]

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