Reggere Riggiu, tra sussurri e ferite da leccare

Passata è la tempesta sullo Stretto. Ci sono stati allagamenti, annunci di stati di calamità naturali e richieste di risarcimenti. Da qualche giorno al di qua e al di là dello Stretto le cose sono tornate alla normalità.

Il governatore siculo Lombardo ha ripreso a chiedere di continuare «sulla strada che porta alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina», perché «sarebbe da incoscienti interrompere l’iter del Ponte e non andare avanti», finendo con il pagare «almeno un miliardo di penale» e perdendo «tutto quello che si è già speso». Il governatore calabro Scopelliti ha ripreso ad additare, novello Berlusconi, i «nemici che si annidano ovunque», ribadendo la difficoltà di amare e servire «con dedizione, passione e amore» la sua terra. Ha rispolverato accenti più consoni al clima prenatalizio, da imminente Immacolata, lasciando nel cassetto il modello Reggio, refrain tacitato nella pausa di silenzio in attesa di ascoltare la procura milanese e le dichiarazioni di Ilda Boccassini successive ai dieci arresti eccellenti che hanno colpito il cuore della sua città.

Un cuore che ha ripreso a battere, dopo i collassi multipli del primo dicembre. Ma che continua ad avere fibrillazioni.

Basta passeggiare per il centro della città, sul corso Garibaldi, per accorgersi che il sole che lo ha riscaldato in questo inizio di dicembre è insolito e fuori stagione come la speranza e la forza tanto invocate da Peppe dj, austero nelle foto ricordo da guardaspalle del cardinal Bertone. Non sono tanto i nomi eccellenti finiti dietro le sbarre, con successiva convalida degli arresti, ad aver minato alla base le certezze di una città che non sa più dove guardare, quanto la sicurezza che nomi come quelli dei magistrati, degli avvocati e dei politici non siano altro che la punta di un iceberg che da troppo tempo affonda i propri ghiacci più profondi in quella che è conosciuta dai più come “zona grigia”. E che il magistrato Boemi definisce, in modo ben più appropriato, “contiguità colpevole”.

Le certezze di Reggio, Riggiu, per dirla con l’accento dello Stretto, vacillano da tempo. Dieci anni, per essere precisi. E non sarà un caso, forse, che proprio nei giorni in cui la città, attonita, si guarda e si ripara dietro i silenzi per capire cosa stia succedendo, si celebri il decennale della scomparsa dell’amato, amatissimo sindaco Italo Falcomatà.

Certo è che fino al mese scorso chiunque osasse toccare in negativo il tasto del “modello Reggio” veniva fulminato. Oggi si passeggia tra il sole del corso, o nel tepore notturno delle serate di festa, e la città dello Stretto non osa più parlare. È meno gradassa. Si guarda intorno. Si lecca le ferite. È diventata meno ingombrante pure l’ombra possente del governatore. E ovunque gira un sussurro. Perché non si sa mai, con le intercettazioni cui ci hanno abituato, chi può ascoltare cosa, e quali guai si possono passare ad esprimere il proprio pensiero. È un sussurro che gira da anni, in città. «Mo’ u taccanu», adesso lo arrestano. Ma il sussurro di questi primi giorni di dicembre è più circostanziato sul soggetto da “taccari”, più vicino nei termini temporali. Come se la Procura di Milano avesse solo iniziato. Come se quei dieci arresti fossero solo i tre botti che segnano l’avvio dei fuochi d’artificio.

I “più dritti”, che ben conoscono i giochi pirotecnici della città, stanno defilati in attesa di tempi migliori. I più nostalgici rimpiangono la Reggio bella e gentile. Ma tutti escono a godersi questo sole fuori stagione. Finché dura.  [il futurista nr 28]

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