Sangue e arance: due anni dopo la rivolta di Rosarno

Al mercato Esquilino, immerso in una delle zone più multietniche di Roma, se cerchi arance ne trovi da tutti i prezzi. In questo periodo, girando un po’, arrivi a pagarle anche meno di cinquanta centesimi al chilo. Ma se le vuoi belle e non badi a spese chi sta dall’altra parte del banco ti confessa che devi guardare a ovest, verso la Spagna: «quelle del nostro meridione, calabresi e siciliane, vanno bene solo per le spremute». Chissà se è questa la ragione recondita della scelta di Piazza Esquilino per riunire, proprio oggi, i lavoratori immigrati provenienti da Rosarno e da tutta Europa per manifestare a favore del diritto di soggiorno e contro lo sfruttamento.

Lo scorso fine settimana nella cittadina della provincia di Reggio Calabria si sono festeggiati due anni. Due anni da quel 7 gennaio in cui qualcuno sparò un colpo di fucile ad aria compressa contro un gruppo di ivoriani che percorrevano la statale 18 in direzione Gioia Tauro, e tolse con quello sparo il tappo alle vessazioni e allo sfruttamento, facendo scoppiare “la rivolta di Rosarno”, sette giorni in cui la Piana si tinse di arancio e nero in tutti i tg nazionali. Migliaia di cittadini africani armati di bastoni per presidiare le proprie case (materassi dentro cisterne ed edifici industriali abbandonati, qualche straccio buttato a terra, docce protette dai copertoni dei tir), gli incitamenti dell’allora ministro dell’interno, il buon Maroni, a essere meno tolleranti verso i clandestini “sporchi e privi di cultura e regole”, i raid notturni alla ricerca dei migranti fuggiti nelle campagne e feriti a bastonate, il presidio di molti rosarnesi, gli arresti e lo sgombero dai ghetti, la “deportazione” verso Crotone e la Puglia.

You Tube conserva ancora viva la memoria dell’intolleranza e della miseria, accavalla le voci delle migliaia di africani stagionali ammassati come bestie per la raccolta degli agrumi a quelle di alcuni cittadini in cerca del mostro da odiare davanti alla telecamera, urla e bava alla bocca compresa nel prezzo. Sono passati due anni. I ghetti dell’ex Rognetta e dell’ex Opera Sila sono solo più un ricordo fotografico. I neri no.

I neri servono: senza di loro le arance rimangono appese agli alberi. Sono di nuovo là, nei villaggi di container che hanno sostituito le baraccopoli di allora. Ma non solo più soli. Insieme a loro ci sono decine di organizzazioni sociali che sanno, come lo sappiamo tutti, quanto la “caccia al nero” di allora fosse un diversivo. Nulla più. La Piana di Gioia Tauro non può continuare a vivere di agrumi che vanno sul mercato a prezzi da fame. Chi controlla quelle terre sa bene che il business è altro. È porto, lo stesso per il quale furono già sacrificati tanti altri ettari di terre destinate all’agricoltura. È rigassificatore. È tutto ciò che può espandere un potere economico che va ben oltre il caporalato e lo sfruttamento.

A chi non stavano bene i riflettori di allora, come non stanno bene quelli di oggi, poco importa delle arance che quelle mani nere continuano a raccogliere. Poco importa dell’iniziativa che porterà nelle piazze di Napoli, Roma, Bologna, Torino e di tante altre città italiane arance forse meno belle ma sicuramente più buone. Poco importa delle iniziative delle “brigate di Solidarietà Attiva”, della campagna per la regolarizzazione della manodopera agricola previste per questo e per il prossimo fine settimana. Poco importa dei diritti dei neri.

Aspettano con calma che si spengano i riflettori. Sanno che succederà, come sempre. Lasciando loro, ancora, campo libero. [il futurista nr 31]

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