R1 ❂ estasi e lebbra spirituale

Potrei sbagliarmi, ma mi pare di ricordare che le letture della domenica, durante una messa, siano le stesse ovunque. Questa sera era la parabola del lebbroso che chiede a Cristo, “se vuole” (lo sottolineo perché lo ha sottolineato il sacerdote in verde), di liberarlo da quel male orrendo.

Che ci facevo in una chiesa di domenica pomeriggio? Facile.
Passeggiata sotto il sole ghiacciato di Roma. Fino a largo di S. Susanna. La chiesa all’angolo aperta. Non entravo da anni a riguardare una delle mie “Bernini” preferite. Siamo entrati, alla ricerca di Santa Teresa e del suo orgasmo marmoreo sotto i raggi di sole e di fede.

Messa in corso. Banchi vuoti, soprattutto nelle prime file. Così abbiamo fatto i devoti e ci siamo seduti in contemplazione. Della scultura, ma con il sottofondo del sacerdote che commentava quanto appena letto. Omelia, mi pare.
Sono volate parole strane, mi hanno incuriosito.

La lebbra del nostro secolo è il cancro. Ma non solo. Ogni volta che  una persona cara si ammala di tumore maligno ci chiediamo sempre la stessa cosa: cosa ha fatto di male? Perché la lebbra, come il tumore, sembra essere una punizione divina. Ma non lo è. Cristo guarendo il lebbroso ci ha indicato la strada, ci ha detto che a volte la sofferenza in vita serve per arrivare prima accanto al Dio padre. 
Però esiste anche la lebbra punitiva. Quella che dobbiamo allontanare da noi. Parlo della lebbra spirituale. Quella che arriva dai vizi capitali, a partire dalla sensualità [sensualità? ma non era la lussuria?]. Dobbiamo liberarci della lebbra spirituale. Lo dobbiamo a Cristo, lo dobbiamo a Dio. E lo dobbiamo a noi stessi. Ve lo dico qui, davanti alla statua della santa. Guardatela [la riguardo volentieri: non sto facendo altro da quando sono entrata]. Lei ha saputo resistere al maligno. Lei ha visto la bestia ed è rimasta immacolata. E la lebbra spirituale. E bla. E bla e bla.

Ho smesso di ascoltarlo, attendendo il momento per lasciare il banco e lo sguardo lussurioso (ops, sensuale) della mia santa preferita, dal punto di vista scultoreo (anche S. Francesco a Ripa conserva per sempre il suo piacere marmoreo: devo tornarci, nei prossimi giorni). Ma soprattutto per lasciare la voce che urlava dal pulpito contro le quotidianità che ci distoglierebbero dalla preghiera.

Qualcuno dovrebbe spiegarlo, al sacerdote di Santa Susanna, che sono gli uomini come lui, ciò che la sua tonaca verde rappresenta e proclama, a partire dalla lebbra spirituale, ad averci allontanato dalla preghiera.

Stasera, anche stasera, era impossibile avere dubbi nella scelta tra la lebbra spirituale e l’estasi.

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3 thoughts on “R1 ❂ estasi e lebbra spirituale

  1. grazie e grazie e grazie
    Leggerti libera sempre e comunque. Libera di tutti gli orpelli. Libera il nostro dover essere benpensanti. Di una cosa sola non libera, e già te l’ho scritto sul blog del tuo noir. NON LIBERA DAI SENSI DI COLPA.
    Ma forse proprio questo stai facendo: ci fai capire che stando zitti alla finestra, puntando l’indice e mettendoci in cattedra, facendo le maestrine e raccontando come dovrebbe essere il mondo, ma solo raccontandolo, davanti a un monitor, continueremo a avere quello che abbiamo. Lo schifo intorno. E, che è peggio, lo schifo dentro.
    grazie e grazie e grazie

  2. Capisco benissimo il tuo punto di vista. di preti come questi ce ne sono tanti e sapessi quante volte bisticcio con loro. sai quali sono i peggiori? quelli che sono arrivati tardi alla vocazione, prima hanno condiviso tante cose con te e non le ricordano più; alcune idealità continuano ad averle dentro ma le nascondono dentro perfettamente e poi se ne escono con delle affermazioni come queste che fanno di loro dei clericali non del clero.
    Nel contempo, forse in questo sono stato fortunato, ho conosciuto e conosco sacerdoti degnissimi che non permettono alla tonaca che indossano di prendere il sopravvento sul resto, ma se anche non li conoscerei, non consentirei ai servi di allontanarmi dal padrone.

    • La spiritualità, come la religione, sono uno stato interiore e una propensione, non un mestiere. Questo credo sia l’errore ad origine.
      Detto questo, hai perfettamente ragione, Francesco. Per fortuna ne conosco anche io di degnissimi. Degnissimi uomini, e di conseguenza degnissimi sacerdoti.

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