Le arance di Rosarno, tonde come i palloni pakistani

Adidas e Nike. Due colossi che si dividono da più di mezzo secolo il mercato. Anche quello nero, anche quello dello sfruttamento del lavoro minorile, nonostante le loro casse continuino a sovvenzionare campagne per la difesa dei diritti dei lavoratori di tutto il mondo. La bomba scoppia a cavallo del millennio. Nike ne esce con le ossa rotte per le foto di bambini pakistani intenti alla cucitura di palloni da calcio. Marchio Nike accanto al logo Fifa tra quelle mani troppo piccole. Sono più di diecimila, le facce bambine nascoste nel pallone. Chissà quante altre nascoste nel Punjab.

La notizia è dirompente, con l’eco dei mondiali in corso: molti smettono di comprare Nike, convinti che portare ai piedi Adidas significhi indossare anche la “political correctness”. Le organizzazioni mondiali iniziano a battere a tappeto le regioni asiatiche, alla ricerca di volti da fotografare, di bocche da sfamare. No, da intervistare. La macchina mediatica fa il suo corso.

Oltre un decennio dopo, Rosarno.

Luogo calabro noto, per la rivolta degli extracomunitari che hanno messo “a ferro e fuoco” la Piana di Gioia Tauro a gennaio di due anni fa. I riflettori da allora non si sono mai spenti. Una capata là di tanto in tanto assicura ottimi pezzi da piazzare sul mercato nazionale delle notizie.

Ma quello che è successo, quasi in sordina, alla fine della scorsa settimana – le notizie scomode è meglio lanciarle nei festivi, quando i lettori sono anestetizzati dal primo sole primaverile -, ricorda chissà perché le vicende pakistane e indiane intorno a un pallone di cuoio. Sempre tonde sono, le arance. E costa fatica raccoglierle. Ma gli schiavi di oggi si stanno ribellando troppo. Chiedono salari decenti – non adeguati, solo decenti -, chiedono sistemazioni notturne un po’ più agibili delle cisterne in cui continuano a sistemare i propri giacigli. Questi migranti, questi lavoratori in nero che si fanno di agrumi nell’inverno e poi di pomodori nell’estate. E che diventano cibo per i giornalisti, pietre dello scandalo per l’economia.

È di nuovo un giornale anglosassone a far scoppiare il bubbone. The Independent riprende l’indagine de The Ecologist. Le arance raccolte nella Piana di Rosarno sono in gran parte destinate alle lattine di Fanta, al costo di 8 centesimi al chilo (6 vanno agli schiavi che le raccolgono, comunque: un massimo di 25 euro per una giornata di lavoro, tradotti in più di 4 quintali raccolti da ciascuno). Costi chiaramente troppo bassi, secondo la Coldiretti imposti dalle multinazionali dei succhi. Lo scorso anno si è provato con lo sciopero delle aranciate, ma è rimasto invariato sia il prezzo della materia prima che quello delle bibite sugli scaffali dei supermercati.

Domenica la Coca-Cola si è arrabbiata: l’esubero della produzione globale di agrumi le permette di guardare verso altri lidi, e di disdire il contratto per tutelare la propria immagine. Nessuno potrà scrivere che quella minima parte di succo d’arancia utilizzata per le bibite deriva dallo sfruttamento degli immigrati. Pepsi non se ne avvantaggerà.

Don Pino Demasi, attivissimo per Libera e per ogni emergenza sociale, propone di boicottare tutte le multinazionali che sfruttano le situazioni di emarginazione. Forse qualche bar noterà un minimo decremento nei consumi di Coca-Cola, Fanta e simili. Ma pochi se ne accorgeranno: arrivati a casa, a passo veloce con i piedi carezzati dall’ultimo modello di Nike, aprendo il frigo potranno continuare a consumare la propria bevanda preferita. Lontani da occhi indiscreti e certi di aver salvato, ancora una volta, la faccia. [il futurista nr 38]

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