Storie di Calabria: morte dopo morte, un castello di sabbia

«Credo di aver capito una cosa: che le storie sono sempre più grandi di noi, ci capitarono e noi inconsapevolmente ne fummo protagonisti, ma il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto». È stato un ottimo protagonista della sua e della nostra storia, Antonio Tabucchi, fedele al suo stesso insegnamento fino a oggi, giorno in cui ci ha lasciati con gli stessi interrogativi. E un vuoto in più.

Il suo tempo è invecchiato davvero in fretta. È scappato lasciando una scia di frasi, di citazioni, di lacrime. Lo stanno ricordando tutti, nel mare magnum del web, in questa domenica di passaggio dall’ora solare a quella legale. Che personalmente segna anche il passaggio di cadenza, da settimanale in mensile, di questo (s)contro.

Stavo raccogliendo i dati delle ultime sparatorie. Degli ultimi morti. Delle ultime lupare bianche. Cose così: un nome e un cognome, un’indicazione geografica, un’età, il numero di proiettili, un movente. Si sono mescolati e rimescolati tutti. Fabrizio, omicidio ancora senza cadavere, ma con la Mini bruciata come le accuse di Simona, la donna ora in regime di protezione, che ha fatto scattare il mandato di arresto per il proprio padre e il proprio fratello, accusandoli di aver ucciso il suo amore. Marco, ucciso a fine dello scorso anno da Domenico, lupara bianca fino a ieri, quando i carabinieri hanno ricevuto la pen drive con il filmato dell’esecuzione. Paolo, ucciso stanotte nel suo locale, quattro colpi di pistola alla nuca. Francesco, ferito in modo non grave nell’agguato di un mese fa, stavolta crivellato di colpi un po’ ovunque, e morto “sul colpo”. E ancora altri nomi, altre facce, altre ipotesi, altre ricostruzioni, che si inseguono come “brevi” di cronaca spicciola, un granello di sabbia come un altro in una spiaggia che si conosce già, e che non fa più notizia.

«La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare un po’ qua e un po’ là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l’altro?». Già: qual è il granello? Forse ha qualcosa a che fare con Tiziana, moglie di un collaboratore di giustizia, e con il suo urlo disperato perché è stato tolto il programma di protezione a suo marito e alla sua famiglia? O ha il volto di Lea, collaboratrice di giustizia uccisa e sciolta in cinquanta chili di acido dal suo ex compagno, che secondo il pm cui è affidato il processo in corso non è vittima di ’ndrangheta? O quello di Maria Concetta, costretta al suicidio dopo aver testimoniato contro la propria famiglia?

«La vita non si racconta, te l’ho già detto, la vita si vive, e mentre la vivi è già persa, è scappata». Non si raccontano, queste vite di Calabria. Non si raccontano queste morti di ’ndrangheta. Si cerca di costruirci su un castello. Di sabbia. Che si sostenga granello dopo granello, morte dopo morte, fine della memoria dopo fine della memoria.

Come quelle invettive costanti. Quelle chiamate alle armi dalle torri blindate, quei moralismi da lavagna dei buoni e dei cattivi, quelle continue parate, sassi che volano, mani ben nascoste.

«Ma lui a quel tempo il futuro lo vedeva diviso in due, perché pensava che la storia fosse divisa in due, idiota, non sapeva che la storia la facciamo noi, ce la costruiamo con le nostre mani, è una nostra invenzione, e ne potremmo fare un’altra, se solo volessimo». Tristano muore. Come Antonio. Come i tanti trafiletti di cronaca rimasti appesi nelle nostre mani. [il futurista nr 40]

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