Reggio, ti voglio bene. Per questo mi chiamano “nemica”

Riflessioni di pancia partendo dallo Stretto, allargando la visuale sulla Calabria ed estendendola a tutta la penisola italiana

Sono una nemica di Reggio. Perché non riesco a chiamare potabile l’acqua salata che esce dai rubinetti, e mi vergogno quando i pensionati contano le monete, al supermarket, per calcolare quante bottiglie di minerale riusciranno a portarsi a casa. Perché non riesco a chiamare ghiri o scoiattoli i topi che corrono sugli alberi del lungomare, nelle strade un po’ più buie, tra il bagnasciuga e l’entrata di certi lidi, né a far finta di non vedere le blatte e le altre immondizie sul corso. Sono una nemica di Reggio perché mi indigno quando passo davanti al cantiere aperto che qualcuno chiama museo, mi indigno quando vedo la fogna scorrere nel mare all’altezza del Lido comunale, o alle porte di Pellaro, o a Catona, o. Perché mi indigno quando sento chi la governa, chi l’ha governata e chi la vorrebbe governare non parlare di strategie, ma lanciare invettive contro “gli altri”. Perché se decidessi di suicidarmi, spontaneamente intendo, non lo farei tracannando acido. Sono una nemica di Reggio perché cammino per centinaia di metri con una cicca spenta o una cartaccia in mano, alla ricerca di un cestino dell’immondizia, e non riesco ad aumentare i cumuli di immondizia che evito mentre passeggio. Sono una nemica di Reggio perché parlo poco, ascolto molto, cerco i significati dietro le solite frasi di circostanza. Perché non vorrei perdere un occhio, a patto che i miei nemici – gli amici di Reggio, forse quelli del “modello” – li perdano entrambi. Perché non mi bastano entrambi gli occhi, per vedere lo schifo cui si è arrivati.

Ma sono anche una nemica della Calabria. Perché piemontese-sabauda, innanzitutto: porto in me il peccato originale, il virus contagioso di chi vuole dominare e sopraffare. Perché quando la merda affiora dal mare non riesco a gridare al complotto di Goletta verde. Perché non credo che scrivere su una targa “qui la ’ndrangheta non entra” sia sufficiente per credere di aver dato un contributo sostanziale di legalità. Sono una nemica della Calabria perché non riesco a dire che la ’ndrangheta non esiste, che non esistono i grigi. Ma lo sono anche perché vorrei raccontare al mondo la buonavita di Calabria, quella di chi lotta ogni giorno lontano dai riflettori. Perché mi sono stufata delle parate, della demagogia, delle dichiarazioni antitetiche ai fatti. Sono una nemica della Calabria perché non credo che per essere amici della Calabria sia sufficiente ricevere un’intimidazione, o spedire, via telegramma o nota stampa, la propria vicinanza a. Perché sono certa che sia necessario smettere di dividere e iniziare a unire. Perché credo che non si debba appartenere a qualcuno o a qualcosa per sentirsi parte di un tutto. Sono una nemica della Calabria perché spero che questa terra ce la possa fare. Perché non credo che sia vinta per sempre. Perché credo in lei e in chi crede in lei.

Sono una nemica dell’Italia, infine. Perché credo nella politica ma non nei politici, sia quelli di professione che gli aspiranti tali. Perché non trovo tollerabile che la corruzione sia diventata un male necessario. Perché temo e combatto i poteri forti che la stanno dominando oggi almeno quanto temevo e cercavo di combattere quelli che la dominavano prima, durante e dopo Tangentopoli. Sono una nemica dell’Italia perché non mi schiero in toto dalla parte dei magistrati, né della stampa, né dei cittadini: abbiamo tutti un po’ di colpa per la deriva in cui ci troviamo, e non è trovando il capro espiatorio di turno che riprenderemo il largo. Perché non mi piace chi sale su un pulpito, di qualsiasi pulpito si tratti, per imporre le proprie verità. Perché non ho mai tifato per una squadra di calcio o per un partito contro tutti gli altri. Perché ho capito che gli stereotipi, quelli che ci inculcano fin nella culla per iniziare a odiare qualcuno o qualcosa, e farci schierare da una parte ben precisa contro tutte le altre, sono la radice di molte cecità.

Sono una nemica. Per questo mi indigno. Per questo non uso perifrasi. Per questo le mie parole sono brutte e scomode.

Però qualcuno mi deve spiegare perché i due più grandi reggini degli ultimi decenni, quelli che ancora oggi ci insegnano chi è amico e chi è nemico, si chiamavano entrambi Italo. Don Italo Calabrò e Italo Falcomatà. Mi piacerebbe chiedere a loro, se potessi, cosa significhi essere nemica. Sono certa che mi toglierebbero molte certezze. E forse mi definirebbero, con semplicità, tristemente orgogliosa di essere italiana. [sciroccoNEWS]

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