Il regalo che vorrei per i 21 anni di Ciccio

Piove. Una pioggia composta, ma ferma. Confonde un po’ tutto: i prati, le case, il mare oltre i tetti, le rotaie. Annacqua le differenze, le decolora, insinuando in tutto il paesaggio che scorre fuori dal finestrino quel grigio che dal cielo uniforma ogni cosa.

È in sintonia con le mie corde, oggi, la pioggia. Mi accompagna verso sud dandomi la netta sensazione di essere in procinto di entrare in piscina, quando devi passare obbligatoriamente sotto la doccia, prima di entrare e liberarti in quel mare in miniatura. È come se ci fosse bisogno di lavare. Di pulire. Come se ci fosse bisogno di una catarsi.
Questa settimana è stata pesantissima, nella “mia” Calabria. Stamattina c’è ancora l’eco sorda del post scioglimento di Reggio Calabria, con il dialogo a mezzo stampa tra il governatore e il ministro. Lei ieri citava Kant, lui oggi compare sulle colonne di Libero, operando distinguo netti tra la ’ndrangheta e le lobby ’ndranghetistiche,“che per trent’anni hanno tenuto sotto scacco la città”. Come se ci fosse, un distinguo.

Piove, ora meno forte. E mi imbatto in un altro Eco, stavolta maschile. Umberto, che stamattina racconta su Repubblica “questa mia povera città sturm und ’ndrangheta”. Una Milano romantico-mafiosa, passando per i ricordi e arrivando agli scandali.
Ogni giornale, ogni sito di informazioni, ogni blog riporta la propria versione dei fatti. La propria indignazione, la propria sintesi di quanto è avvenuto, di quanto non sarebbe dovuto avvenire, di quanto avverrà.
Cerco risposte, ma continuo a non trovarle.

Intanto ha smesso di piovere, è persino spuntato un pallido sole. Eppure continua a piovermi dentro. È una giornata strana, il 13 ottobre. Come lo è il 5 dicembre. Come lo sono le tante, troppe altre date di compleanni non più festeggiati per colpa di altre date, indelebili, che segnano con i propri bossoli le ferite della Calabria. Ferite che hanno i volti delle vittime innocenti della ’ndrangheta. Ferite che hanno i volti dei familiari, degli amici più cari delle vittime innocenti. Ferite che dovrebbero avere i nostri, di volti.

Sto collezionando tante date che vorrei cancellare. E tanti compleanni che vorrei festeggiare in modo differente. L’anno scorso, per i vent’anni di Ciccio, è stata l’anteprima di bianco come la vaniglia. Quest’anno l’evento si ripete. E mi rimescola dentro, ora come allora.
La piccola gioia di poter contribuire alla memoria è sovrastata e annullata dalla disperazione dell’impotenza più assoluta. Ancora, pur essendo passati tanti mesi da quando ho messo la parola fine non solo sul mio terzo romanzo, ma anche su questo genere di narrativa, sento dentro quella sensazione assurda. Come se l’avessi ucciso io, Francesco Inzitari. Come se l’appartenere ad una società e a un territorio come la Calabria si fosse trasformato, dallo ius sanguinis dei miei primi dolori raccontati, in colpa unanime, in responsabilità corale.
Ho letto ultimamente da qualche parte che i fatti di cronaca cruenti vanno raccontati freddamente, senza lasciar indulgere a commozione o sentimenti. Ma qualcuno, ad eccezione degli assassini, è davvero capace di raccontare tali atrocità spegnendo l’anima e le viscere?
Tra qualche giorno, giovedì 18, dovrebbe essere pronunciata la sentenza di appello del processo per l’omicidio di un altro giovane, Gianluca Congiusta. Altri processi stanno andando avanti. Troppi non sono ancora incominciati. Troppe indagini sono ancora aperte. Come quelle nei confronti dell’assassino o degli assassini di Ciccio, che quasi tre anni fa sono andati davanti a una pizzeria di Taurianova, proprio come andremo in tanti stasera, ed hanno esploso la loro condanna definitiva.
Questo, vorrei che arrivasse come regalo per il suo mancato ventunesimo compleanno: giustizia. Chiedo troppo? [sciroccoNEWS]

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