Ecco cosa succederà: non sentiremo più la puzza

La prima domenica dopo lo shock del voto: se tutto va bene, siamo rovinati. Tra previsioni e risultati, la riflessione a bocce ferme su quel che è successo. E su quello che potrà succedere

Nessuno ha perso. E tutti lo avevano detto. Il risveglio dallo shock del voto è stato egemonizzato da queste due verità assolute. Hanno iniziato i leader nazionali. Hanno fatto loro eco i leader locali. Poi, a ruota, ognuno ha detto la sua. Da una settimana si sente e si legge di tutto. Come il lunedì, dopo la partita di calcio. Sono tutti tecnici. Sono tutti allenatori.

Faccio parte di quei pochi che hanno avuto il coraggio di dirlo prima. Di scriverlo. Per sentirmi rispondere che non capivo, che sbagliavo. Forse ho sbagliato anche a non andare a votare. Ma di fatto, a ben pensarci, il mio partito ha vinto come gli altri. L’Italia è divisa in quattro parti pressoché uguali, quella delle declinazioni del 25%: chi non ha votato e chi ha votato Grillo da una parte, chi ha consegnato a Bersani e/o Berlusconi la propria fiducia. E adesso?

E adesso, visto che la nazionale azzurra non ha partite impellenti, ciascuno si improvvisa Cristina Parodi ed offre la propria ricetta risolutiva. Ma ancora, sempre, ciascuno guarda l’Italia dai propri fornelli. Siamo tutti casalinghe di Voghera. Evviva.

La mia ricetta? Non ne ho. Non so cucinare con cibo avariato. Mi vengono conati multipli al solo pensiero. Però mi sto divertendo. Chi avrebbe potuto presagire che avrei – avremmo – vissuto un momento di anarchia assoluta? San Pietro e il suo fulmine a ciel sereno. L’incapacità di trovare un accordo per palazzo Chigi. La speranza che almeno il Colle non diventi acefalo, visto che è già congelato nei suoi poteri (Napolitano non può sciogliere le Camere, essendo entrato nell’ultimo semestre del suo settennato). Una crisi che maleodora in qualunque angolo, mentre esistono ancora pensionati e stipendiati eccellenti che portano a casa ogni giorno ciò che permetterebbe a molte famiglie di campare bene per almeno un mese. In una parola: siamo nella merda. Come se fosse una novità.

Come faccio a divertirmi, direte voi? Quando si tocca il fondo, o ci si lascia sopraffare dalla paura o si trovano speranze sepolte da sempre. Ecco: io sto grattando il fondo del pentolone/Pantalone sicura che esista una via di uscita. E sicura, comunque, che qualcosa debba succedere, perché il sistema si è rotto.

Ho temuto Grillo dal primo momento in cui mi sono trovata, due o tre anni fa, sul suo blog. La paura ha preso forma sempre più precisa. Contorni storicamente già visti, da cicli e ricicli storici. Contorni che assomigliano in modo preoccupante a quelli di Alberto da Giussano. Vent’anni fa fu la Lega. Quello sconosciuto Umberto che al grido di “Roma ladrona” ha raccolto e fatto voto il dissenso contro “i terroni”. Oggi fu il conosciutissimo Beppe, quello che ci faceva ridere quando staccava dal salotto di Vespa la gigantografia di Cirino Pomicino, e che oggi, al grido di “andatevene a casa”, ha contato, prima nelle piazze e poi nelle urne, il dissenso contro non tanto una classe politica, quanto un modo malato di intendere la politica, che si materializza nei troppi volti noti da buttare giù dalla torre.

Eppure sono grata a Grillo, ai grillini, o come diavolo vogliamo chiamare questa rivoluzione muta: noi italiani, che non siamo francesi, né greci, né argentini, né siriani, né africani, non siamo capaci di passare dalle parole all’azione. Ci piace pontificare. Ci piace urlare che sono tutti ladri, ma poi andiamo dietro le loro porte a prendere il santino per fare la croce giusta, in cabina elettorale. Riconosco al comico dell’entroterra genovese (così entroterra che è quasi alessandrino) di aver saputo creare un surrogato di orgoglio nazionale. Di aver fatto da faro nel buio pesto in cui ci hanno fatto – ma un po’ anche ci siamo fatti – precipitare, raccogliendo intorno a sé non i delusi, ma gli schifati. E sono tanti. Per fortuna. Avevano bisogno di qualche calcio in culo ben dato per muoversi. Per urlare ai politici il loro schifo. Grillo è stato il piede e la gamba.

Continua anche a spaventarmi, Grillo. E ciò che ha creato. Perché, come tutti i movimenti “rivoluzionari”, è difficile non passare il confine tra la voglia di cambiamento e il delirio di onnipotenza. Perché non riesco a vedere alcuna differenza tra la voglia leghista di secessione e quella grillina di staccarsi dall’Europa: si sono allargati i confini, nell’epoca della globalizzazione. Ma il panorama è lo stesso. Sappiamo già come andrà a finire. Sappiamo cosa abbia significato creare un finto federalismo per accontentare una parte politica, possiamo immaginare cosa potrebbe significare dare il permesso al sistema nazionale di prendere le distanze dall’euro e dall’Ue.

Però Grillo non mi spaventa più di Berlusconi, che ben conosciamo nelle parole e negli atti, o di Bersani, che è stato capace di essere “primo senza vincere”, contornato di deludenti “leader” politici che si sono dimostrati capaci solo di dire rosso e fare nero. Non pervenuti, o mal pervenuti, gli altri.

Volevamo il bipolarismo. Ce lo hanno dato doppio.

E ora? Ora siamo, appunto, nella merda. Come prima, più di prima. Ma ora ne siamo davvero, assolutamente, consapevoli, perché ogni mattina non ci sono una gazzella o un leone che iniziano la propria corsa nella savana, ma qualcuno che ce lo ripete all’ossesso: “siete nella merda”. E, adesso che lo sappiamo, possiamo anche smettere di sentirne la puzza e guardarci sotto le scarpe, con l’imbarazzo al pensiero di averla pestata e portata in casa: ci siamo dentro fino al collo. Da così tanto tempo che stiamo imparando a non sentirne più la puzza. [scirocconews]

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