#MusTruMuVIVE: il modello Reggio che scalda i nostri cuori

In migliaia alla “passeggiata sonora” per stringersi intorno al Museo dello Strumento Musicale incendiato il 4 novembre. Il corteo “Suona Reggio, Suona” si è formato in piazza Italia e, attraverso il corso Garibaldi è arrivato alla Pineta Zerbi, sede del museo. Immagini ed emozioni di una giornata memorabile

The Joy that isn’t shared, I’ve heard, dies young.

C’è una siepe di oleandri che nella notte prendono un colore amaranto, il colore della città. È in fondo a tutto. In fondo al giardino sul retro della vecchia stazione Lido di Reggio Calabria, a incorniciare lo Stretto, le luci della Sicilia. In fondo al percorso iniziato nel pomeriggio da piazza Italia: un corteo infinito di anime, note, gioia e condivisione che si sono date appuntamento alle 16 in piazza Italia. In fondo al retro di un museo ancora intriso di quell’odore: l’hanno sistemato, l’hanno ripulito, hanno salvato il salvabile dalla cenere e dal carbone, ma ti entra ugualmente nelle narici, e lì rimane, il puzzo di bruciato della cultura violata. In fondo allo spazio in cui gli ottocento strumenti raccolti in quindici anni dal MuStruMu, il Museo dello Strumento Musicale, rivivevano e facevano rivivere la cultura. All’entrata, accanto al buco dove una volta c’era il portone di ingresso, alcuni studenti del Liceo Vinci hanno appeso uno striscione:“Dove le parole finiscono parla musica”.

Davanti a quella siepe, per un attimo, mi ha preso lo sconforto. Ho guardato oltre. Panorama da sturbo. A sinistra, in basso, le luci dell’è hotel. Poco oltre il Lido comunale. Dietro, quel parallelepipedo rosso, ora macchiato di nero, circondato dal prato. Grande. Molto grande. Il prato. Lo spettacolo. La possibilità di trasformare un luogo magico in qualcosa di più commerciale. Di più redditizio, per chi pensa che la cultura non abbia valore. Quegli oleandri sembravano urlare. Sappiamo perché hanno bruciato tutto. Lo abbiamo visto. Lo vediamo da sempre.

Ma il prato era ancora nostro. Pieno di gente. Di musica. Di gioia. Piccoli crocchi di musicisti di professione, ma anche improvvisati. Note che si accavallavano, per dare un senso diverso a uno dei simboli della giornata: la croce costruita da Giovanni Laganà, padre e amante di Ecojazz, legando insieme strumenti musicali. Una tromba è rimasta là. Per ricostruire il patrimonio del museo. Strumento dopo strumento.

Così anche l’attimo è sparito. Chi nella notte tra il 3 e il 4 novembre ha pensato di poter cancellare tutto questo con il fuoco deve essersi ricreduto. Reggio ha reagito, nel migliore dei modi. Lo ha fatto subito, nello stesso pomeriggio, raccogliendosi nella pineta Zerbi. Lo ha rifatto oggi. Come non faceva da tantissimo tempo. E non era solo Reggio. C’erano amici della cultura e della musica arrivati sullo Stretto anche da luoghi non esattamente vicini, in termini di A3. Soriano, Catanzaro. Solo per citare chi ho riconosciuto nella marea di persone presenti.

Non so dare i numeri. Ci penserà qualcuno, anche se ho avuto l’impressione che fossimo migliaia. Ma so che oggi ogni sorriso, ogni violino, ogni tamburello, ogni sax, ciascuno dei componenti la banda musicale che ha suonato in piazza e sull’autobus messo a disposizione dall’Atam, ogni ocarina, ogni xilofono, ogni chitarra, ogni fisarmonica, ogni flauto, ogni mandolino, ogni clarino, ogni didgeridoo, ogni nacchera, ogni maraca, ogni organetto, ogni fischietto, ogni strumento (comprese pentole, coperchi e mestoli) tra i tantissimi che hanno accompagnato l’urlo di una Reggio che non ci sta, ogni cuore presente pulsava di vita pulita. Mi rimangono tatuate dentro tutte le immagini assorbite dagli occhi e fermate per sempre. Perché noi, i tantissimi che eravamo là, non dimenticheremo. Ma siccome, come scriveva la poetessa Anne Sexton, «La gioia non condivisa muore presto», non possiamo far altro che condividere la gioia di oggi con chi non ci è potuto essere. E lo facciamo con delle istantanee. Ispirate a lei, premio Pulitzer statunitense, di cui ho rubato il verso finale di una poesia che, guarda caso, si intitola Welcome Morning. Benvenuto a questo mattino (o vogliamo chiamarla i primi germogli di una nuova primavera?) di indignazione e di condivisione, capace di rendere meno dura la notte del rogo. [sciroccoNEWS]

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