Quella verità che sta ai piedi dell’apparenza

Riflessioni dopo la presentazione a Reggio Calabria di “carta vetrata”. Il mondo del giornalismo vivisezionato e guardato da un punto di vista molto particolare

«Invece Demi Romeo c’è. C’è sempre. Non è uno che sceglie il degrado e l’allontanamento dall’etica. Non sceglie il suo modo di essere: lui è. La sua non è una scelta. La sua è la condizione in cui vive, in cui opera. Ecco perché qua ci sono un sacco di Demi, Angeline, Agate, Grazie e tutte le altre. Questo scrive Paola. Ma che sia chiaro: il libro lo ha scritto lei, ma il libro non è suo. Il libro non è di chi lo scrive. Il romanzo, per un miracolo straordinario e fantastico, ogni volta che uno lo legge è come se si riscrivesse. Perché cambia, a seconda dei punti della vanità che sollecita, che modifica. Per questi motivi mi è piaciuto carta vetrata. Per questo motivo consiglio vivamente di comprarvelo e leggerlo».

Aldo Varano, decano del giornalismo più antico e deontologicamente ineccepibile, ha chiuso così la serata reggina di battesimo di carta vetrata, sotto la regia perfetta di Josephine Condemi, coadiuvato da Eduardo Lamberti Castronuovo e Luciana Bova Vespro.

Mi ritornano in mente, oggi, proprio le sue ultime parole, sollecitate dal mio post su Facebook della serata precedente, in attesa di venerdì 29. Scrivevo: «A un mese dall’ok di stampa mi sembra sempre più difficile non confondere realtà e finzione. Se tanto mi dà tanto in prima fila, accanto a Demi (dubito che verrà, ma non si sa mai), ci saranno anche Grazia, Enrica, Mara, Agata». C’erano? Non c’erano? In realtà c’erano e ci saranno sempre.

Parafrasando Nicola Gratteri, secondo il quale c’è un piccolo ’ndranghetista in ciascuno di noi, sono convinta che i germi della “sindrome dell’applauso”, come l’ha ribattezza proprio venerdì scorso Edi Lamberti, abbiano infilato in ciascuno di noi un piccolo Demi, una piccola Grazia, una piccola Mara. Ma anche una piccola Agata e una piccola Martina, persone/personagge in cui lo Yang prevale sullo Yin.
La scalata della montagna, che non si capisce più se è apparenza o sostanza, è del resto non solo la metafora più usata per rappresentare il concetto dell’ambiguità umana rappresentata nelle due virgole fetali di bianchi e neri che si intrecciano nel Tao e sintetizzano la filosofia cinese Yin-Yang, in cui alla sempre crescente ricerca della perfezione si intreccia il bisogno di una vita imprecisa, non impeccabile, legata alla voglia di imperfezione interiore da cui l’umanità stessa è segnata sin dall’inizio dei tempi. La scalata della montagna è la migliore rappresentazione dei tanti anni – quasi tre anni da quando il protagonista, Demetrio Romeo, ha iniziato a prendere forma – trascorsi a cercare le domande giuste, muovendo da questo mondo del giornalismo che mi appartiene e cui appartengo, per ritrovare ciò che me lo fa amare in modo così totalizzante.

Noi giornalisti abbiamo una responsabilità in più, rispetto a tutti gli altri. Abbiamo il potere di cambiare la società, perfettamente sintetizzato nella locuzione dog watch, cane da guardia del potere, perifrasi che dovrebbe incollarsi in modo indelebile a chiunque decida di intraprendere questo mestiere. Cani, sì. Troppo spesso accoccolati davanti al caminetto degli agi di una società vuota e svuotata. Anche dalla nostra indolenza. Troppo spesso dimentichi della funzione di guardia, troppo spesso cani da salotto, Dudù del potere di turno che possa spingere la corsa dell’apparenza verso la meta. L’orizzonte della popolarità. La vacuità della superficie.

Sono pippe. Grandi pippe, ne sono consapevole. E un po’ mi vergogno a ricordare il grande Corrado Alvaro: “Non avrei mai pensato che ci sarebbe toccato vivere al tramonto di un mondo. Proprio ti chiedo scusa. Certo, è ridicolo che io ti chieda scusa del tempo, del secolo, dell’epoca, del mondo come va. Ma ognuno è responsabile del suo tempo”. Ma io mi sento davvero responsabile. Da tempo. Quella responsabilità che mi ha fatto trasformare il televisore, freddo elettrodomestico, in una delle due voci narranti di bianco come la vaniglia. Una voce più umana degli umani. Quella responsabilità, quell’assunzione di colpe che mi ha creato l’urgenza di scrivere carta vetrata. Pippe? Me le sono fatte per tre anni, scalando la montagna. E alla fine le ho espulse scrivendo. Dando forma a personaggi di fantasia, eppure così reali.

Vorrei trascrivere tutta la serata. Gli interventi sono stati perfetti. La conversazione di altissimo valore: etica della comunicazione, deriva sociale, giornalismo, problemi di genere. Ma esiste la registrazione completa, grazie a MNews. Molto meglio ascoltarli.
La frase di chiusa è riassuntiva non solo di un battesimo corale, in cui ho potuto condividere con tanti, tantissimi amici il debutto reggino dell’ultima nata, ma anche di una strana sensazione che stavo vivendo proprio quando è stata descritta. Ne avevo appena parlato: dopo l’espulsione, carta vetrata non è più stata mia. Me ne sto riappropriando poco per volta. Grazie alle prime recensioni (prime fra tutte quella di Ippolita LuzzoDoriana Righini e Melo Maccarone). Grazie ai tanti messaggi che stanno seguendo la lettura. Grazie voi. Con voi. Con la gioia di condividere domande, nella certezza che esistano le risposte. [sciroccoNEWS]

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