Orgoglio contagioso e colorato al #CalabriaPride14

Impossibile raccontare quello che è accaduto. Necessario riflettere e guardare oltre i propri pregiudizi

L’orgoglio è contagioso. È colorato. E non si spegne. Una volta venuto fuori, è un arcobaleno diverso da quelli che ci sorprendono dopo una pioggia improvvisamente scalzata dal sole. Quelli che compaiono senza essersi annunciati e poi, con la stessa repentinità, spariscono. L’orgoglio è un arcobaleno tenuto nascosto dentro per troppo tempo. Un arcobaleno che non poteva più aspettare nell’ombra in cui qualcuno ha cercato da sempre di segregarlo. Un arcobaleno che ha preso per mano tanti ragazzi, tante ragazze, tanti uomini e tante donne, per proteggere il loro amore – qualunque forma di amore, in qualunque declinazione, purché amore –. Un arcobaleno che da alcuni di quelle donne, di quegli uomini, di quelle ragazze e di quei ragazzi è stato a sua volta preso per mano e condotto fuori, per le vie di una città. Sotto il sole di un Corso in attesa di altre parate, di altri simboli. Sotto il cielo dello Stretto.

Ha sfilato mostrandosi, orgoglioso di orgoglio, colorato di arcobaleno: è diventato sorrisi, abbracci, urla liberatorie, salti di gioia, lacrime. Ora che è uscito è. E continua ad essere, con un effetto domino dal moto perpetuo.

Mesi di minacce, di insulti. Ma in realtà erano anni. Erano decenni. Forse anche secoli. Mesi di lavoro, tensioni, paure. Mesi di speranze. E poi il corteo. Il #CalabriaPride14. Sabato scorso, a Reggio. Reggio di Calabria. In fondo allo stivale. Dove mai si poteva pensare che arrivasse.

Non lo racconterò. Bisognava esserci, per capirlo. Bisognava farsi stringere da quel sentire comune, per essere infettati dai colori dell’arcobaleno. Bisognava seguire ogni appuntamento, fissare dentro tutte le parole che giorno dopo giorno hanno preparato la grande uscita di sabato. I colori si tatuano addosso così. Ma per assaporare ciò che avete perso, se lo avete perso, potete farvi un giro nei social, o nel web, e gioire davanti alle tantissime istantanee che raccontano quello che è successo. Oppure scandalizzarvi di fronte alle immagini che qualcuno spaccia come scattate durante la parata di sabato, per rendere meno virale l’antidoto contro l’intolleranza, per rendere meno urgente l’affermazione di diritti sacrosanti, che sono di ciascuno di noi, e non solo della comunità lgbt. Se la nostra libertà finisce dove finisce quella degli altri, in realtà siamo tutti schiavi. Da sempre. Schiavi dei pregiudizi, schiavi della paura. Possiamo declinarla come più ci fa comodo: Calabrofobia e omofobia, ad esempio. Ne abbiamo parlato venerdì sera. La fobia si può moltiplicare all’infinito, ma deriva sempre dalla stessa radice: la paura dell’amore. Quello che urlava con i colori che ormai non lasceranno più la nostra regione.

Non lo racconterò, scrivevo. Lo hanno fatto davvero in tanti. Qualcuno perché ha dovuto farlo. Ciascuno, comunque, a modo proprio. Perché l’orgoglio di essere e di non avere paura di dirlo ha le voci di cinquemila colori che si sono abbracciati per le strade di Reggio. Cinquemila di cui sono orgogliosa di far parte, con una gratitudine infinita per aver potuto urlare anche io per i nostri diritti.

Raccontare il mio primo Pride calabrese, che si aggiunge ai tanti Pride romani fatti accanto al circolo Mario Mieli, significherebbe soffocare con migliaia e migliaia di istantanee la luce che è venuta fuori da ogni attimo. Soprattutto sguardi. Soprattutto occhi che vedono e vogliono vedere. Occhi che guardano rifiutando di vedere. La cosa più bella, gli occhi di ragazze e ragazzi che lacrimavano di gioia, più forte degli abbracci che non finivano più. La cosa più brutta, gli occhi di chi stava affacciato sui terrazzi, o nei gazebo dei bar, guardandoci come si guarda il bestiame che si aspetta al macello, marchiandolo con la propria ignoranza.

Io c’ero. Io ci sono. Io ci sarò. E non potrò mai smettere di ringraziare chi ha reso possibile tutto questo. [sciroccoNEWS]

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