Gianluca Congiusta, un appello schiacciato tra una faida e una “pace finta”

«Procuratore, le ‘ndrine in un paese non possono essere due. A Siderno è una. Finché c’è guerra le famiglie non possono fare niente, né l’una né l’altra». La nuca di Giuseppe Costa è inquadrata nei monitor che sembrano reggere il legno su cui è incisa la frase. Quella frase, “la legge è uguale per tutti”. Dietro le sbarre Giuseppe Curciarello. In collegamento dall’Aquila l’altro imputato, Tommaso Costa. Seduta nei banchi davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria la voglia di verità, di giustizia, ha i volti e il dolore, “fine pena mai”, di Roberta, Alessandra, Donatella e Mario Congiusta.

Stamattina l’ennesima udienza di appello per confermare – o rimettere nel dubbio – chi, come, perché si è nascosto nel buio di una notte lontana e vicinissima, il 25 maggio 2005, per rubare la vita di Gianluca. Un’udienza importante, quella costruita intorno all’interrogatorio di Giuseppe Costa, fratello di Tommaso, imputato già condannato all’ergastolo in primo grado per omicidio. Importante e terribile, non solo perché tra l’oro di quelle lettere stampate sopra la corte ritrovi costantemente il volto di Luca. A anche perché stamattina è andata in scena la crudezza della ‘ndrangheta.

La voce ferma e calma di Giuseppe ha condotto in un mondo che sembra lontanissimo, mentre invece è mescolato e legato a doppio filo alla nostra quotidianità. Un mondo in cui una faida – quella tra la famiglia Costa e la famiglia Commisso, entrambe “insistenti” sul territorio di Siderno – e una “pace finta” possono cambiare completamente la vita di molte persone.

«A Siderno erano e sono ancora in guerra» spiega Giuseppe Costa. Spiega, con la naturalezza con cui un docente di diritto potrebbe spiegare il senso di un consiglio comunale, che “uno è”, pur composto di maggioranza e opposizione, che quella faida impediva ad entrambe le famiglie di operare sul territorio. Spiega la sua “strategia”:«nonostante eravamo in faida ci siamo incontrati».

Il Procuratore Mollace gli fa ricostruire la “sua” storia, fissando i punti principali per il processo Congiusta. Quando è nata la cosca Costa? «Quando è morto mio fratello Luciano, il 21/01/1987. Prima rispondevo ai Commisso». E con la cosca Costa nasce la faida. Le date di tutto l’interrogatorio hanno punti di riferimento temporali inconseueti:“quando ero latitante”, “quando ero nel carcere di Palmi”, “quando ero nel carcere di Trani”, “quando mio fratello Tommaso era latitante”, “quando ero latitante nel villaggio di Isola di Capo Rizzuto”, “quando mio fratello era in carcere”, e così via. La storia non cambia: dentro o fuori, la vita di affiliato continua nello stesso modo. Ci sono incontri, ci sono lettere. Comunicazioni continue tra “dentro” e “fuori”. Talmente ovvie, talmente naturali, che ha il tono stupito, Giuseppe Costa, quando il Presidente gli chiede conto delle “cariche conferite” al fratello Tommaso e a Giuseppe Curciarello: «Come l’ha saputo?». «Si sanno, se si è dentro».

E se si è dentro si cerca anche di mettere fine alla faida. Racconta Giuseppe Costa, riferendosi a quando era nel carcere di Palmi: «Sono venute persone per firmare questa pace, ma ho capito che c’era sotto del losco – scusi la volgarità. Era un trucco, prendevano tempo. Mi sono venuti a dire che mi doveva parlare uno di Rosarno, un Bellocco. Al campo sportivo, sono sceso, e abbiamo parlato: quello che ci spettava di Siderno era diviso in due, tra Costa e Commisso. Una volta che l’accordo diventa definitivo lo poteva gestire anche mio nipote (ho detto mio nipote per non dire altro). L’ho riferito. Ma nessuno ha fatto qualcosa, perché era una pace finta».

Un imbroglio, una tregua che stava bene a tutti. Ne avrà la certezza sempre in carcere, anni dopo, da una lettera del fratello Tommaso: «Mi diceva che con quegli amici era tutto finito».

Giuseppe Costa era entrato definitivamente in carcere «il 23/03/1990, tenevo rapporti con i familiari, che mi venivano a trovare. Con Tommaso quando era al carcere di Trani e Palmi con lettere». Solo con i familiari: «Da quando mi hanno arrestato ho chiuso rapporti con gli altri». Una decina d’anni trascorsi senza grandi differenze tra dentro e fuori, in quanto a contatti e decisioni. «A me non interessavano le cariche, ma sono stato costretto. Nel 2005 avevo 3 quartini. Poi c’è il padrino, il crimine, e poi la mamma. Mio fratello Tommaso credo che aveva qualcosa in più di me. Curciarello aveva gradi uguali a lui, o più». A un certo punto cambia qualcosa. Si innamora, si sposa in carcere. È il 2000: «Avevo voglia di tagliare».
Il fratello Tommaso gli scrive di un agriturismo («qualcuno gli ha vietato di venderlo»), della voglia di lasciar perdere «con la Gru [il centro commerciale di Siderno], e tutto il resto». Forse accarezza l’idea di potersi ricostruire una vita normale, fuori.

È in quel momento che entra in scena, pesantemente, il mondo dell’informazione. Noi che riempiamo pagine e pagine di ipotesi, trascrizioni, intercettazioni. È quasi letteraria, la ricostruzione del pentito. «Quando ha fatto quella dichiarazione sono successe cose. Una mattina guardavo il mare. Alcuni, in carcere con me, mi dicevano che mio fratello si doveva pentire. In quel periodo è uscito sulla stampa che uno della ionica si era pentito, loro si aspettavano che era proprio Tommaso. Mi volevano uccidere. Io ho chiamato un calabrese per capire. Mi mandarono dallo psichiatra. Non riuscivo a dormire. Mi sono procurato un taglierino, ma loro l’hanno capito. Tra gli ergastolani ci sono quelli che vogliono andare a casa e quelli che non cambieranno mai. Hanno pensato di farmi uccidere nella doccia. L’ho detto al direttore, ho smesso di andare nell’aia. La mattina del 30 agosto mi sono deciso di collaborare. Ho finto di dovermi misurare la pressione. Era il 15/03/2008: mi chiamano sotto e dico tutto, faccio vedere i giornali. Consegno pastiglia e taglierino e parlo».

Si mescolano, le ragioni delle scelte di collaborare con la vita dietro le sbarre a tessere fila, cercare tregue, scoprire, come aveva capito subito, che la faida è viva più che mai. Si mescolano con ovvietà che ovvie non sono, con certezze, codici e linguaggi che non comprendiamo, ma dovremmo iniziare a comprendere. «Se si esce dal carcere e non si manda una cartolina per avvisare, significa che non c’è amicizia»«Ero latitante a Isola, a Isola c’era anche Curciarello, in una sua casa, con sua moglie. Se erano con noi non se ne andava»«Io sono onesto. Oggi sono onesto».

Risponde chiaro anche al difensore di suo fratello: «Lei vuole fare tranelli, lei deve fare domande precise». «Lei sa qualcosa sull’omicidio Congiusta?». «No. Posso solo dire solo quello che mi ha detto un detenuto di Livorno, dove c’era anche Commisso: “lo sanno tutti che tuo fratello per questi fatti è innocente”. Ma lo diceva lui. Altro io non so».

L’udienza si è chiusa con le dichiarazioni spontanee di Tommaso Costa, che ha ripetuto la propria “situazione difficile e imbarazzata” per l’interrogatorio del fratello, che non avrebbe detto la verità:«Ribadisco la mia estraneità all’omicidio Congiusta. Voglio che mio fratello sappia che nel 2005 stavo accudendo la nostra povera madre che stava morendo, e anche un nipote con il cancro, e non volevo altri impicci». Il fratello ora lo sa. Noi pure. Ma uccidere in un agguato un ragazzo di 33 anni, che nulla ha a che fare con faide e finte paci mi sembra qualcosa in più di un impiccio.

La prossima udienza è stata fissata per il 27 marzo. Alessandra Congiusta compirà 34 anni. Ne aveva 26 quando a lei, alla sua famiglia e a tutti noi è stato strappato per sempre il fratello Gianluca. [sciroccoNEWS]

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