L’editoria tra mele e frecce. In un mare di parole

Si può essere editori, librai, scrittori, senza essere, prima, lettori? Dalla Ubik di Catanzaro arriva una risposta certa e assoluta

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«Lo scrittore è l’arco, il libro è la freccia, il cliente è la mela, il libraio è quello che tiene in testa la mela». Bella immagine, quella di Stefano Benni. Almeno fino a quando non si focalizza l’attenzione sul frutto. E allora arrivano tutte addosso, quelle mele sfuggenti. Mele disattente. Mele di ogni colore e gusto: troppo dolci, troppo aspre, ancora in via di maturazione, ammaccate dal tempo, umide, secche, farinose. Mele che richiedono una grande perizia per essere collocate là, ferme sulla testa di Gualtierino Tell, ad attendere che il libro/freccia di papà Guglielmo penetri nel cliente/mela. Mele sempre più abituate a rotolare – massificate nel mare del lettore-tipo studiato a tavolino nella curva domanda/offerta degli esperti marketing delle case editrici/holding – verso il mercato dei best seller, meglio se con qualche sfumatura, originale o meno poco importa, di erotismo.

Bella immagine. Complimenti a Benni. E una domanda: in questa metafora chi dovrebbe riconoscersi nei due Tell, quello che scocca e quello che attende fiducioso?

Ne ho conosciute alcune, di quelle mani. Non molte, in realtà. Ricordo ancora con rimpianto le mani della Libreria Sforzini di via della Vite a Roma, che tante frecce mi hanno fatto conoscere e amare. Hanno chiuso anche loro. Oggi il mestiere del libraio è sempre più difficile. Sempre più aleatorio. Ci sono anche storie cinematografiche importanti, che raccontano come i supermercati della cultura usa e getta abbiano fagocitato buona parte delle librerie vere. Quelle dove si trovano persone che i libri li hanno letti davvero, prima di consigliarli. Quelle dove non ti guardano come un mostro se chiedi un libro di Henry Roth, sottolineandoti che ti sbagli, volevi dire Philip, ed è proprio lì dietro a te. E un attimo prima non hanno trovato Baudelaire, liquidando la cliente che ti precede con un “esaurito”, perché lo hanno cercato, ovviamente, nello scaffale Bo-. Certo: anche loro, le nostre mani che ci sorreggono, mele in cerca d’autore, potrebbero raccontarne tante, in relazione all’ignoranza – ma chiamiamole gaffe, che è più gentile – di alcuni clienti/lettori. In attesa – perché no? Sono certa che chi debba intendere intenderà – di poter pubblicare un FRAMMENTO che raccolga, stupidario di mele troppo ammaccate ancorché in via di maturazione, un po’ di casistica di genere, voglio raccontarvi una storia.

La storia di una mela ancora acerba, ma così zeppa di frecce da essersi trasformata in arco. E anche in fabbricatore di frecce. Perché se si decide di buttarsi dall’altra parte, tanto vale farlo per intero, senza delegare i passaggi fondamentali. Sono lettrice, innanzitutto. Quasi onnivora. Sicuramente bulimica. Ma capace di trattenere quasi tutto dentro. Le frecce, appunto. Ne ho espulsa qualcuna, nei miei decenni di ingordigia narrativa. Ma proprio qualcuna. Non arrivo alla trentina. Che mi sembra un’ottima media. Certo, mi capita spesso di scansarmi e non accettarla proprio, la freccia. Perché ormai so riconoscere le mani che mi tengono ferma mentre lo scrittore si tende per infilzarmi. E quando sono mani troppo finte e troppo impegnate su cataste di mele, è facile rotolare un po’. Quanto basta per far colpire altre mele, più interessate alla quantità di copie vendute che alla qualità del libro.

Ma sto divagando. Mi capita spesso, perdonatemi.
Insomma. Sono diventata freccia senza accorgermene. E arco, contemporaneamente. Non ho ancora compreso a fondo questa mia natura. Forse la nego perché amo essere mela. Perché non smetterò mai di esserlo. Ecco perché ho avuto un attimo di sbilanciamento quando, lunedì sera, una mano bellissima, registrata all’anagrafe letteraria con il nome di Ubik, ha voluto che raccontassi la mia metamorfosi, molto più che kafkiana, da frutto a carbonio e teflon declinati in arco e frecce. Un mare di parole. Questo il contest. Una tre giorni in una bella piazza di Catanzaro Lido. Appuntamenti di vario genere, tutti ruotanti intorno ai libri. Nunzio Belcaro il regista e la mano. L’ultima serata è toccata a sabbiarossaED. L’idea era quella di raccontare la nostra esperienza editoriale e focalizzare, poi, su qualche titolo. Sia Alessandro Russo che io abbiamo lasciato carta bianca al mattatore. E ne è venuta fuori questa roba, come direbbe Nunzio. Una roba che racconta di quando una mano giovanissima teneva ferma per la prima volta, una mela trasformatasi, senza consapevolezza, in arco e freccia. Era ius sanguinis. Era l’inizio di un percorso che lunedì, per la prima volta, e grazie a Nunzio, mi è stato davvero chiaro.

Lo è diventato ancora di più leggendo il post comparso 20 ore fa sulla bacheca Facebook della libreria Ubik. Un estratto dell’articolo scritto da Marco Lodoli per Repubblica (il 27 luglio): «La verità è che le nostre librerie soccombono sotto i colpi dell’indifferenza, sotto le mazzate tremende di una sottocultura che anno dopo anno ha incenerito i neuroni e le curiosità più profonde. L’ignoranza non fa prigionieri, accetta solo gli scrittori che in qualche modo entrano a far parte del circo mediatico accanto agli attori, ai calciatori, alle belle ragazze. Ogni libreria che chiude è la triste conferma di un collasso culturale, addirittura spirituale, e la parola non suoni esagerata. Nel frattempo aprono i centri estetici, le botteghe dei tatuaggi e quelle dove si rifanno le unghie, le sale dove si scommette anche la pensione. Diventiamo più magri, più abbronzati, più cool, più stupidi. Presto ci mancheranno anche le parole per raccontare chi siamo e cosa vogliamo. O forse, arrivati contro il muro in fondo al vicolo cieco, qualcuno inciderà con un chiodo una poesia d’amore, e qualcun altro la leggerà e tornerà indietro».

Ecco. Non abbiamo – non ho – le parole per raccontare chi siamo e cosa vogliamo. Non le ho perché le sto cercando, leggendo. E nel frattempo continuo a scrivere e editare parole per ricordare “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Grazie a Nunzio. E alle tante belle mani (ce ne sono anche in Calabria: basta saperle cercare) che continuano a tenere ferme le mele che cercano. Sapendo, grazie a quelle mani e alle tante frecce cui si sono offerte nel corso della vita, quello che non sono: zucchine ogm coltivate in serre multinazionali.

A proposito: ci si può abbronzare benissimo anche in spiaggia. In compagnia di un buon libro. [scirocconews]

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