La vera catastrofe è dimenticare il senso della cultura

Le vicende del Museo vedono da una parte l’instancabile opera di chi crede nella cultura e di quei cittadini che amano Reggio, e che giustamente si sono indignati di fronte alle affermazioni di Philippe Daverio. Ma dall’altra parte c’è l’indifferenza e l’incapacità di chi pensa che la cultura sia solo uno spot

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Da venti giorni rimando. C’è tempo, mi dicevo. Rimarranno esposte fino al 30 novembre, le opere d’arte restituite ai cittadini dalla caparbietà di Eduardo Lamberti Castronuovo, assessore alla cultura della Provincia di Reggio Calabria. Un patrimonio artistico sequestrato nel 2009 e confiscato nel 2013 a Gioacchino Campolo, “re dei videopoker”condannato, ancora non in via definitiva, a 16 anni di reclusione. Un patrimonio diventato pubblico a partire dal 3 agosto, giorno in cui il museo di Reggio Calabria ha riaperto i battenti per “la vernice”, la prima di Arte torna Arte. Un patrimonio restituito. 108 opere. 93 quelle esposte. C’ero anche io, davanti ai cancelli di piazza De Nava. C’ero anche io nella ressa bloccata nel corridoio di ingresso, mentre osservavo l’altra ressa, quella dei colleghi cui per scelta precisa non mi sono unita, che inseguivano il ministro Bray con telecamere, microfoni, registratori, macchine fotografiche, e chi più ne ha più ne ha messe.

Non mi interessava la parata. Non mi interessavano le dichiarazioni sul futuro dei fondi che ancora non arrivano, quelli che ci dicono essere la causa della chiusura, da quattro anni, del Museo. Mi interessavano i quadri. Mi interessava fermarmi davanti a ogni opera d’arte per respirare il bello. Senza più invidia per chi quel bello l’aveva avuto davanti agli occhi tutto il giorno. O magari no. Magari lo chiudeva negli scantinati, chissà.

Il percorso ideato dagli allestitori è malandrino. Si apre sulla destra con i falsi d’autore. Alcuni proprio terribili. Sono stati acquistati come falsi o come veri? Questa la mia domanda ricorrente, spostandomi da una cornice all’altra. E con una risposta netta davanti all’Ettore con le gambe tozze tozze, le prospettive completamente sballate, che neppure un bimbo delle elementari con un minimo senso estetico avrebbe potuto attribuire a De Chirico.

Un dubbio: ci saranno anche opere autentiche? Dubbio fugato. Iniziano vere chicche. Due Tozzi stupendi, soprattutto il Busto di donna. Tanti Cascella e Sassu. Amo poco il primo, mi piace qualcosa del secondo. Ma sono ottimi lavori. Come quelli dei canonici Cassinari, Purificato, Caruso, Migneco. Suggestivo averli tutti lì, in bella mostra di sé. Vorrei vedere là davanti nugoli di studenti in fila. C’è una radice di Cappelli che merita una sosta. Il percorso va avanti. Due Sironi. Un Carrà davvero bello. Due Ligabue. Capisco che la Tigre e il serpente dia il senso compiuto dell’artista. Ma fermatevi sullo scoiattolo. Merita. E poi la piazza d’Italia di De Chirico. E di fronte Dalì. Il classico gioco profili-calice. E un piccolo capolavoro, accanto. Terribile e fortissimo. Si arriva, infine, all’astrattismo. Prima del Fontana, opera più quotata (Concetto Spaziale – attese: questo il titolo. Ma non riesco a capire la profondità dei tagli dell’artista, non me ne vogliate: adoro il concetto con cui ha iniziato a distruggere le tele, che però non riesce a toccarmi la pancia), altri capolavori: Dorazio, Veronesi, Bonalumi.

Non sono un critico d’arte, ovviamente. Lo scrivo solo per chi non l’avesse capito, ma mi sembra piuttosto chiaro: sono, semplicemente, un’amante del bello. Un’amante dell’arte che mi fruga dentro, che mi annulla il tempo e mi impone di perdermi nelle opere che mi trasmettono emozioni. Per questo ho consigliato vivamente, a chiunque me l’abbia chiesto (e anche a chi non l’ha fatto, confesso), di andare. C’è tempo. Fino a fine novembre. Merita. Merita davvero. Intanto meditavo di tornarci con calma, per godere meglio di ogni opera. E scrivere più compiutamente.

Invece stasera il tempo mi è venuto meno.
Stasera, rivedendo on line la puntata odierna di Unomattina (non amo la tv: figuriamoci se posso pensare di accenderla mentre lavoro), il tempo ha preso forma. Declinata in 1.339. Sono i giorni passati dai bronzi in attesa di tornare a casa. Di rimettersi in piedi nel Museo. Così ha detto, almeno, la conduttrice, che deve averli contati precisi, visto che la puntata era dedicata al confronto-chiarimento tra il critico d’arte Philippe Daverio, in collegamento esterno, e Eduardo Lamberti Castronuovo, in studio.

Daverio qualche giorno fa aveva definito la città di Reggio, davanti alle stesse telecamere di RaiUno, “una catastrofe”. Per gli stessi motivi di cui sopra me l’ero perso. L’ho scoperto per la giusta indignazione di un reggino che ha tatuato sul cuore il proprio amore per la città dello Stretto, e che oggi è volato a Roma per spiegare le ragioni del torto, se mi è consentito il gioco di parole. Non commento la trasmissione: l’ha fatto Francesco Chindemi meglio di quanto potrei fare io. Lo potete fare voi guardando la puntata in differita, se ve la siete persa. Ma una cosa devo farla. Perché il tempo è finito.

Voglio raccontarvi una fotografia. Quella che ho davanti da troppo tempo, e mal si concilia con il bisogno, l’urgenza di sottolineare il bello. Mal si concilia con la “restituzione”. È una fotografia divisa in due.

Da una parte c’è chi sbuccia le patate bollenti. Proprio così: Lamberti Castronuovo ha ragione quando cerca di differenziare le colpe della mala gestione (e non voglio neppure entrare nel merito delle ragioni di questa mala gestione) del nostro patrimonio artistico con le colpe di chi fa di tutta l’erba un fascio, estendendo la catastrofe anche ai cittadini onesti, quelli che cercano di camminare dritti nonostante le troppe buche presenti (e non parlo solo di quelle sparse un po’ ovunque per strade e marciapiedi). Ha ragione anche quando ricorda due tra i tanti eventi di ampio, ampissimo respiro culturale che proprio lui hai portato in riva allo Stretto: Arte torna Arte, appunto, e il concerto del maestro Muti. Accanto a lui ci sono tanti altri reggini che amano la città. Che la amano davvero, oltre le parole. Cittadini che cercano con costanza di darsi da fare per rimetterla in piedi. Persone che amano l’arte, la bellezza, la cultura. Persone che hanno capito a fondo l’Omaggio alla Grecia di Malraux: “La cultura non si eredita, si conquista”. E non è in vendita.

Dall’altra parte, accanto ai bronzi distesi in attesa che altri li risollevino a forza, ci sono tanti, troppi personaggi che puntano il dito, citando inconsapevolmente il signor Malaussene di Pennac. Personaggi che hanno sempre una telecamera pronta davanti, cui raccontare di chi è la colpa. Che sanno sempre come non assumersi le proprie responsabilità. Che scambiano la cultura con piccole azioni di marketing culturale. Se questi signori continueranno così, anche i bronzi smetteranno di aspettare e si alzeranno. Da soli. Senza attendere oltre che qualcuno li risollevi.
Perché è vero che stanno dormendo il sonno del giusto dopo tutti quegli spot che li hanno costretti a girare, nel 2011 facendoli scappare dal museo, più recentemente facendo strizzare loro l’occhio alle turiste. Ma è vero che tanta fiction per promozionare le bellezze della Calabria, se poi agli spot non si affiancano azioni consequenziali, finiranno per stufare persino loro. Saranno anche di bronzo, ma restano pur sempre guerrieri. [scirocconews]

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